Un ex alto funzionario del governo britannico ha dichiarato di essere stato sottoposto a pressioni politiche per approvare la candidatura di Peter Mandelson al ruolo di ambasciatore del Regno Unito negli Stati Uniti, rilanciando un caso che rischia di trasformarsi nell’ennesima frattura nella già complessa dinamica tra istituzioni e potere esecutivo.
La testimonianza, resa nel corso di un’audizione riservata e poi filtrata alla stampa, descrive un clima “insolitamente insistente” attorno alla procedura di valutazione, che secondo le norme dovrebbe rimanere indipendente e basata esclusivamente su criteri professionali. Il funzionario, rimasto anonimo, sostiene che alcuni membri del governo avrebbero esercitato pressioni dirette affinché il dossier venisse accelerato e approvato senza ulteriori verifiche, presentando la nomina di Mandelson come una “priorità strategica”.
La rivelazione ha immediatamente alimentato polemiche, soprattutto perché l’ex ministro laburista è una figura storicamente divisiva, con una lunga carriera politica e un profilo internazionale che suscita reazioni contrastanti. Downing Street ha respinto ogni accusa, definendo le affermazioni “fuorvianti” e ribadendo che il processo di selezione degli ambasciatori segue protocolli consolidati.
Tuttavia, l’opposizione ha chiesto chiarimenti urgenti, sostenendo che eventuali interferenze politiche minerebbero la credibilità del servizio diplomatico e la trasparenza delle nomine pubbliche. La vicenda arriva in un momento delicato per la politica estera britannica, impegnata a ridefinire il proprio ruolo globale e a rafforzare i rapporti con Washington. L’idea che una nomina così rilevante possa essere stata oggetto di pressioni interne riapre il dibattito sul confine, spesso sottile, tra indirizzo politico e ingerenza. Mentre Westminster si prepara a nuove audizioni, il caso Mandelson si impone come un test sulla tenuta delle procedure istituzionali e sulla fiducia nell’apparato amministrativo.





