L’Italia prova a tenere insieme il doppio binario della prudenza militare e dell’attivismo diplomatico mentre la guerra in Iran continua ad allargarsi. Sul piano politico, Roma ha ribadito la linea della cautela. In una telefonata di giovedì mattina, Keir Starmer e Giorgia Meloni hanno convenuto sulla “urgente necessità di una de-escalation” in Medio Oriente.
Nello stesso giorno Antonio Tajani ha partecipato al vertice virtuale promosso da Londra sullo Stretto di Hormuz, sostenendo la necessità di un corridoio umanitario sotto egida Onu soprattutto per i fertilizzanti, per evitare una nuova crisi alimentare in Africa.
Il ministro degli Esteri ha inoltre avvertito che il blocco di Hormuz non è solo un problema energetico ma anche migratorio, per le ricadute sui Paesi africani più esposti.Parallelamente un razzo ha colpito la base di Shama, in Libano, quartier generale del contingente italiano e del settore Ovest di Unifil.
Il ministero della Difesa ha precisato che “non si registrano feriti tra i militari italiani” e che si segnalano solo “lievi danni alle infrastrutture”, mentre il ministro Guido Crosetto è rimasto in contatto con i vertici militari per seguire l’evoluzione della situazione. In questo quadro, la distanza tra Roma e Washington resta evidente. L’Italia insiste su de-escalation, Onu e sicurezza della navigazione. Trump, invece, continua a minacciare nuovi raid.
Vertice di Londra
Il vertice britannico, inizialmente annunciato con 35 Paesi, si è poi allargato a oltre 40 partecipanti secondo la ministra degli Esteri Yvette Cooper. Londra ha chiesto “ogni possibile misura diplomatica ed economica coordinata” per riaprire lo Stretto, mentre resta sul tavolo, ma solo in una fase successiva e postbellica, l’ipotesi di una missione navale per proteggere il traffico commerciale. Intanto altri Paesi europei continuano a prendere le distanze da un coinvolgimento diretto: l’Austria ha confermato di aver respinto le richieste statunitensi di sorvolo del proprio territorio per operazioni militari legate al conflitto, invocando la propria neutralità sancita dalla costituzione.
Trump minaccia nuovi raid
Dalla Casa Bianca, però, Donald Trump ha scelto la linea opposta. Nel discorso alla nazione della notte italiana tra l’1 e il 2 aprile, il presidente americano ha detto che gli Stati Uniti colpiranno l’Iran “nelle prossime due o tre settimane”, sostenendo che gli obiettivi militari sono “vicini a essere completati” e minacciando di riportare il Paese “all’età della pietra” se non arriverà un accordo.
Poco prima, su Truth, aveva scritto che Teheran deve trattare “prima che sia troppo tardi”. Trump ha anche sostenuto che Washington potrebbe colpire gli impianti elettrici iraniani se la via diplomatica non producesse risultati, pur affermando che il cambio di regime “non era il nostro obiettivo”.
La risposta iraniana
La risposta iraniana è arrivata quasi subito. Il portavoce militare Ibrahim Zolfaghari ha promesso contro Stati Uniti e Israele attacchi “ancora più devastanti, ampi e distruttivi”, mentre Teheran continua a escludere un ritorno a negoziati percepiti come una pausa tattica prima di nuovi bombardamenti. Sul terreno, i raid attribuiti a Usa e Israele hanno colpito anche infrastrutture simboliche e strategiche, tra cui il ponte B1 tra Teheran e Karaj, mentre Israele ha rivendicato l’uccisione di Jamshid Eshaqi, indicato come responsabile del quartier generale del petrolio delle forze iraniane.
Repressione e bilancio umanitario
La guerra continua intanto a produrre effetti collaterali sempre più larghi. I Pasdaran hanno rivendicato un attacco contro un centro di cloud computing di Amazon in Bahrein, definito la “prima azione” contro aziende tecnologiche accusate di spionaggio. In Iran, secondo la magistratura, è stato impiccato Amirhossein Hatami, condannato per azioni compiute durante le proteste di gennaio, mentre la figlia dell’avvocata e attivista Nasrin Sotoudeh ha denunciato un nuovo arresto della madre nella sua abitazione. Sul fronte umanitario, l’ong Hrana parla di almeno 1.606 civili uccisi in Iran dall’inizio dei raid del 28 febbraio, inclusi almeno 244 bambini.





