La Cgia accoglie positivamente le misure adottate dal Governo per contenere l’impennata dei prezzi dei carburanti, ma lancia un avvertimento chiaro e netto: per numerose categorie economiche la situazione rimane fortemente critica. Nonostante il taglio delle accise di 20 centesimi al litro e l’introduzione di un credito d’imposta per alcune tipologie di mezzi pesanti, l’impatto degli aumenti continua a pesare in modo significativo sui bilanci delle imprese. Dall’inizio del 2026, infatti, il prezzo del diesel è cresciuto del 20,9%, pari a circa 34 centesimi in più al litro. Un incremento che si traduce, per un autocarro sotto le 7,5 tonnellate, in un costo aggiuntivo di circa 172 euro a pieno. Su base annua, l’aggravio raggiunge i 12.350 euro per veicolo, una cifra difficilmente sostenibile soprattutto per i piccoli autotrasportatori.
A subire maggiormente gli effetti del caro carburante non sono soltanto gli autotrasportatori, ma l’intera platea dei cosiddetti ‘professionisti della strada’: taxisti, operatori di noleggio con conducente, bus turistici e agenti di commercio. Si tratta di categorie che percorrono ogni anno centinaia di migliaia di chilometri e che, per natura dell’attività, non possono ridurre l’utilizzo dei mezzi.
Cresce anche il costo dell’elettrico
Secondo l’Ufficio studi della Cgia proprio questi lavoratori autonomi risultano tra i più esposti agli effetti della crisi energetica, aggravata anche dalle tensioni internazionali. A fronte di un aumento del diesel del 20,9%, la benzina ha registrato un incremento più contenuto, pari al 3%. Ma, per chi utilizza il mezzo quotidianamente, anche variazioni apparentemente limitate si traducono in costi complessivi molto elevati. Particolarmente penalizzati risultano taxisti e Ncc, che operano con tariffe regolamentate e dispongono quindi di margini di manovra quasi nulli per trasferire gli aumenti sui clienti.
Il problema non riguarda esclusivamente diesel e benzina. Anche il comparto della mobilità elettrica registra rincari significativi. Negli ultimi 20 giorni, il costo per ricaricare un veicolo full electric è passato da circa 70 a 100 euro, segnando un aumento del 43%.
Soluzioni green
Un dato che colpisce in particolare le flotte impiegate nell’ultimo miglio, sempre più orientate verso soluzioni green. In un contesto già gravato da spese crescenti per personale, assicurazioni, manutenzione e pedaggi, il carburante, in tutte le sue forme, torna a rappresentare una delle principali voci di instabilità dei conti aziendali. Per le imprese di trasporto, il gasolio incide mediamente per il 30% sui costi operativi. La Cgia sottolinea inoltre come il problema abbia una dimensione sistemica. In Italia circa l’80% delle merci viaggia su gomma, rendendo il settore dell’autotrasporto cruciale per il funzionamento dell’economia. Materie prime e prodotti finiti attraversano quotidianamente la rete infrastrutturale nazionale, collegando poli industriali, porti e centri di distribuzione.
In questo scenario la volatilità dei prezzi energetici rappresenta un rischio concreto per la sostenibilità economica delle imprese, soprattutto in presenza di contratti a tariffa fissa che impediscono adeguamenti rapidi.
Oltre 300mila attività coinvolte
A livello nazionale le attività coinvolte direttamente dal caro carburante sono almeno 306.800. Di queste 203.700 sono agenti di commercio, circa 68.500 autotrasportatori, 31.500 tra taxisti e Ncce quasi 3.000 operatori di bus turistici. La Lombardia guida la classifica regionale con 49.607 attività, seguita dal Lazio (29.357) e dal Veneto (29.105). A livello provinciale, Roma si conferma al primo posto con 22.676 imprese, davanti a Milano (19.438) e Napoli (15.857). In fondo alla graduatoria si trovano Gorizia, Aosta e Isernia.
Interessante anche la distribuzione territoriale: le regioni della dorsale adriatica mostrano la maggiore incidenza di queste attività sul totale regionale, con Emilia-Romagna (7,17%), Marche (7,15%) e Veneto (7,03%) ai primi posti.
La richiesta
Secondo la Cgia le misure nazionali rappresentano un primo passo, ma non sono sufficienti. Serve un intervento coordinato a livello europeo che consenta di ridurre in modo stabile la pressione fiscale sui prodotti energetici, senza compromettere l’equilibrio dei conti pubblici. Senza azioni strutturali, avverte l’Associazione, il rischio è quello di un progressivo indebolimento di settori chiave per l’economia, con ripercussioni lungo tutta la filiera produttiva e distributiva.





