La Corte Suprema del Brasile ha condannato quattro uomini per l’omicidio di Marielle Franco, la consigliera comunale di Rio de Janeiro assassinata nel 2018 insieme al suo autista Anderson Gomes. La sentenza arriva dopo anni di indagini segnate da ritardi, pressioni politiche e accuse di depistaggi, e rappresenta un passaggio cruciale in uno dei casi più emblematici della recente storia brasiliana. I giudici hanno riconosciuto gli imputati colpevoli di aver partecipato alla pianificazione e all’esecuzione dell’agguato, confermando la matrice politica del delitto e il coinvolgimento di reti criminali legate a ex membri delle forze di sicurezza.
Marielle Franco, attivista per i diritti umani, donna nera e proveniente dalle favelas, era diventata una delle voci più incisive contro la violenza della polizia e le milizie paramilitari che controllano ampie aree di Rio. La sua uccisione, avvenuta con modalità tipiche delle esecuzioni mirate, aveva scosso il Paese e attirato l’attenzione internazionale, trasformandola in un simbolo della lotta per la giustizia sociale. Per anni, però, il processo è rimasto impantanato tra omissioni e contraddizioni, alimentando il sospetto che i mandanti godessero di protezioni politiche. La decisione della Corte Suprema segna una svolta, ma non chiude il caso. Restano infatti aperti gli interrogativi sui veri responsabili dell’ordine di uccidere Franco, un nodo che continua a dividere la politica brasiliana e a mettere sotto pressione le istituzioni.
Organizzazioni per i diritti umani hanno accolto la sentenza come un passo avanti, pur ricordando che la giustizia sarà completa solo quando verranno identificati e processati anche i mandanti. In un Brasile ancora attraversato da profonde tensioni sociali e da un dibattito acceso sul ruolo delle milizie, la vicenda di Marielle Franco continua a rappresentare uno specchio delle fragilità democratiche del Paese.



