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La carbonara, prima degli americani: la prova del 1939 che riscrive la storia

La carbonara, prima degli americani: la prova del 1939 che riscrive la storia

mercoledì, 25 Febbraio 2026
2 minuti di lettura

Il mito romano-americano

Per decenni, la storia più ripetuta della carbonara è stata quella “romano-americana”: Roma liberata nel 1944, mercati vuoti, razioni militari con uova, anche in polvere, e bacon, un’idea veloce che prende forma nelle trattorie e diventa leggenda.

Una narrazione pulita, cinematografica, con la giusta dose di plausibilità, anche grazie a una delle prime ricette dettagliate comparsa nel 1948, all’interno del ricettario “Il cucchiaio d’argento”, pubblicato per la prima volta da Editoriale Domus.

In quella versione la preparazione è significativamente diversa da quella che oggi consideriamo canonica: compaiono pancetta, gruviera, aglio e persino panna. È una carbonara ancora in fase di assestamento, lontana dalla combinazione rigorosa di guanciale, pecorino, uova e pepe che oggi i fondamentalisti della carbo-crema riconoscono come “carbonara autentica”.

Il fatto che la prima ricetta codificata su carta emerga nel 1948, quindi in pieno clima post-bellico, e presenti ingredienti più vicini a un gusto internazionale, ha alimentato l’ipotesi che la carbonara fosse una rielaborazione romano-americana nata dall’incontro tra tradizione locale e bacon, uova e prodotti disponibili grazie alle truppe alleate.

Il documento del 1939 che cambia tutto

Ora, in queste ultime settimane, un documento ha spostato l’asse del dibattito: una citazione del 1939 – quindi cinque anni prima dell’arrivo delle truppe statunitensi nella Capitale – in cui compaiono esplicitamente gli “spaghetti alla carbonara” serviti in una trattoria di Trastevere.

La fonte è un articolo pubblicato il 23 agosto 1939 sul quotidiano De Koerier, un giornale dell’allora Indonesia coloniale scritto in lingua olandese. Il pezzo descrive Piazza Santa Maria in Trastevere e due trattorie (“Umberto” e “Alfredo”); a una di queste attribuisce come specialità proprio gli “spaghetti alla carbonara”.

Secondo la ricostruzione riportata, il ritrovamento è stato condiviso dai giornalisti olandesi Edwin Winkles e Janneke Vreugdenhil, poi passato allo storico dell’alimentazione Alberto Grandi (Università di Parma).

Una scena romana già consolidata

Quel pezzo del 1939 non si limita a introdurre un nome curioso, ma racconta una scena vitale: una cronaca di Piazza Santa Maria in Trastevere in cui una trattoria è nota per i suoi spaghetti alla carbonara, tanto che contrappone questa specialità al risotto con gamberi di un’altra osteria.

Il fatto che il termine sia riportato in italiano senza spiegazioni suggerisce che fosse già compreso e diffuso, come se quel piatto facesse già parte del repertorio gastronomico quotidiano dei romani e dei visitatori della città.

È importante sottolineare che l’articolo del 1939 non offre indicazioni sugli ingredienti né su come venisse preparata la carbonara in quel momento.

Tuttavia, la menzione stessa indica che un piatto con quel nome era servito e riconosciuto prima di quanto si pensasse, e questo sposta di parecchio indietro nel tempo l’origine documentata del termine.

Autenticità, evoluzione e identità romana

La scoperta non fa quindi crollare completamente le teorie precedenti, ma le ridimensiona, diventando parte di una narrazione più complessa e stratificata: se il nome esisteva prima del 1944, è plausibile che siano stati proprio i decenni successivi alla guerra a consolidare e standardizzare la ricetta così come la conosciamo oggi, in un processo di evoluzione culturale e culinaria piuttosto che in una singola “invenzione” popolare.

In questo senso, la carbonara non è semplicemente un piatto “autentico” perché immobile nella sua forma originaria. È autentico perché ha una storia reale, vivente e radicata in una città concreta come Roma, dove la tradizione gastronomica si costruisce lungo i vicoli e le piazzette brulicanti di osterie chiassose, nei modi in cui le persone parlano di cibo, nei nomi che sopravvivono sulle pagine dei giornali e con personaggi che lasciano il segno.

La scoperta del documento del 1939 non chiude il dibattito, ma lo rende più ricco e più degno di attenzione perché sposta il centro della narrazione storica dal mito alla prova, dalle ipotesi alla testimonianza.

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