Tung Chee-hwa, primo chief executive di Hong Kong dopo il ritorno alla sovranità cinese, è morto a 89 anni. Ex magnate dello shipping, Tung assunse la guida della città nel luglio 1997, succedendo all’ultimo governatore britannico Chris Patten e inaugurando la nuova era della Regione Amministrativa Speciale dopo oltre 150 anni di dominio coloniale. La sua morte è avvenuta martedì sera. Lascia la moglie e tre figli.
Nato a Shanghai nel 1937, Tung studiò ingegneria meccanica all’Università di Liverpool, poi si trasferì negli Stati Uniti, dove lavorò per quasi un decennio alla General Electric. Nel 1969 raggiunse Hong Kong per entrare nell’impero marittimo di famiglia, la Orient Overseas, che avrebbe guidato dal 1979.
La sua carriera politica iniziò nel 1992, quando Patten lo nominò nel suo Executive Council. Nonostante la scarsa esperienza politica, Tung era considerato il candidato favorito di Pechino per guidare Hong Kong dopo il passaggio di sovranità. La sua vicinanza a Beijing si consolidò negli anni Ottanta, quando banche statali cinesi aiutarono a salvare la sua azienda durante una crisi globale. Nel 1996, durante un ricevimento alla Grande Sala del Popolo, il presidente Jiang Zemin attraversò la sala per stringergli la mano: un gesto simbolico che confermò pubblicamente il sostegno cinese alla sua futura leadership.
Il suo mandato fu segnato da sfide enormi: la crisi finanziaria asiatica, due epidemie e un crescente malcontento sociale. Il momento più critico arrivò nel luglio 2003, quando mezzo milione di cittadini scese in piazza contro una proposta di legge sulla sicurezza nazionale, temendo un restringimento dei diritti civili. L’ondata di proteste costrinse l’amministrazione a ritirare il provvedimento e contribuì alle dimissioni di Tung nel marzo 2005. Ufficialmente la decisione fu attribuita a motivi di salute, ma molti osservatori sostennero che Pechino avesse esercitato pressioni per un cambio di leadership.
La legge sulla sicurezza nazionale, respinta nel 2003, fu poi imposta da Beijing nel 2020, trasformando radicalmente il clima politico della città. Le autorità ne difendono la necessità per mantenere la stabilità, mentre i critici la definiscono «la fine di Hong Kong» e denunciano un clima di paura.





