Sono 314.824 i titolari di imprese individuali italiane con almeno 70 anni, pari al 10,7% del totale. Nel 2015 erano 290.328, l’8,9%: quasi 25mila in più in dieci anni, nonostante nello stesso periodo sia diminuito il numero complessivo dei titolari individuali. È il doppio movimento fotografato dal dossier Cna “Imprese senza ricambio”: da una parte l’invecchiamento degli imprenditori, dall’altra la progressiva riduzione della platea dei giovani che potrebbero raccoglierne il testimone. Tra il 2015 e il 2026 la popolazione italiana tra i 20 e i 39 anni è diminuita di circa 1,4 milioni di persone, quasi il 10%. E tra il 2014 e il 2024 le imprese giovanili sono calate di oltre 153mila unità (-24%).
Agricoltura in prima linea
L’invecchiamento è particolarmente marcato in agricoltura, dove oltre 160mila titolari hanno almeno 70 anni, il 28,3% del totale. Nel commercio sono quasi 59mila, nelle costruzioni oltre 19mila, nel manifatturiero più di 18mila, nei servizi circa 14mila e nell’alloggio e ristorazione oltre 12.600. Considerando invece il peso degli ultrasettantenni sul totale dei titolari, dopo l’agricoltura emergono manifatturiero (9,6%), trasporto e magazzinaggio (8,4%), commercio (7,8%) e alloggio e ristorazione (6,6%). Numeri particolarmente rilevanti nei settori dove competenze tecniche, conoscenza del mestiere, relazioni con la clientela e patrimonio professionale sono difficili da sostituire in tempi brevi.
Giovani in fuga da costruzioni, commercio e industria
L’altra faccia del problema è l’arretramento dell’imprenditoria giovanile. Tra il 2014 e il 2024 le imprese guidate da giovani sono diminuite soprattutto nelle costruzioni, con quasi 40mila attività in meno (-38,7%), nel commercio, che perde oltre 66mila imprese (-36,2%), e nell’industria, con più di 14mila attività in meno (-35,9%). Nel turismo la flessione supera le 11mila unità (-18,3%). Non tutti i comparti seguono però la stessa tendenza. Nei servizi alle imprese le attività giovanili sono cresciute del 3,5%, mentre agricoltura e pesca risultano sostanzialmente stabili. Un segnale anche del cambiamento nelle scelte dei nuovi imprenditori, che pone interrogativi sulla continuità di alcuni settori tradizionali.
Il mancato ricambio generazionale
Il rischio maggiore emerge proprio dove le due dinamiche si sovrappongono: aumentano gli imprenditori prossimi all’uscita mentre diminuiscono i giovani disponibili a subentrare. Una criticità particolarmente evidente in manifattura, costruzioni e commercio, comparti centrali per la diffusione territoriale delle piccole imprese e dell’artigianato.
Grosseto al primo posto
Sul piano territoriale, la quota più alta di titolari ultrasettantenni si registra a Grosseto (18,7%), seguita da Viterbo (17,9%), Chieti e Trapani (17,6%). Una geografia che non coincide con la tradizionale contrapposizione tra Nord e Sud, ma evidenzia soprattutto i territori nei quali all’invecchiamento degli imprenditori si accompagna l’indebolimento della base demografica e imprenditoriale più giovane. L’aumento più consistente degli over 70 si registra a Enna, seguita da Crotone, Chieti e Vibo Valentia. In valori assoluti, invece, il fenomeno è più rilevante nelle grandi province: Napoli conta oltre 11.600 titolari ultrasettantenni, Roma più di 10.200, seguite da Milano, Torino e Foggia.
Cna: la trasmissione d’impresa
“Il passaggio generazionale è una delle grandi questioni di politica industriale che l’Italia deve affrontare”, sottolinea il presidente nazionale Cna, Dario Costantini. “Ogni impresa che chiude perché non trova qualcuno disposto a continuarla non rappresenta soltanto la perdita di un’attività economica. Significa disperdere competenze, professionalità, relazioni con clienti e fornitori e spesso un patrimonio costruito in decenni di lavoro”. L’associazione chiede inoltre di rafforzare gli strumenti fiscali e finanziari per il passaggio generazionale, sostenere le operazioni di workers buyout e favorire l’ingresso dei giovani nell’imprenditoria. Particolare attenzione, sottolinea CNA, va riservata ad artigianato e piccole imprese, dove il valore dell’azienda risiede spesso soprattutto nelle competenze dell’imprenditore.
Difendere la capacità produttiva
“Non possiamo permetterci di perdere imprese sane soltanto perché manca il ricambio”, conclude Costantini. “In un Paese che deve fare i conti con una popolazione sempre più anziana e con sempre meno giovani, aiutare la trasmissione delle imprese significa difendere capacità produttiva, occupazione e futuro dei territori”.





