Si avvicina un’intesa per riaprire lo Stretto di Hormuz, ma Teheran avverte Washington: il passaggio tornerà pienamente operativo soltanto alle condizioni dell’Iran. Dopo settimane di tensioni che hanno paralizzato parte dei traffici energetici del Golfo, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha annunciato ieri che Teheran è “molto vicina a un accordo” con l’Oman, impegnato nella mediazione. Parallelamente, però, le Guardie rivoluzionarie hanno ribadito che la riapertura definitiva dipenderà dalla “piena accettazione” delle condizioni iraniane da parte degli Stati Uniti.
I colloqui con Mascate si concentrano per ora sulla definizione di una rotta marittima temporanea, destinata in seguito a diventare la base per un corridoio permanente. Secondo Araghchi, prima della ripresa delle ostilità l’attuazione del precedente memorandum aveva già riportato il traffico al “60% della normalità” in due settimane.
Un alto funzionario americano ha riferito a Reuters che Washington si aspetta un accordo a breve e che, una volta garantito il regolare transito commerciale, gli Stati Uniti revocheranno il blocco dei porti iraniani. Teheran chiede però ulteriori garanzie, tra cui la cessazione delle interferenze americane nel processo regionale e compensazioni. Bruxelles mantiene una linea opposta sulla libertà di navigazione: l’Ue chiede il passaggio libero e sicuro attraverso Hormuz nel rispetto del diritto internazionale e a giugno ha sanzionato il comando provinciale di Hormozgan della Marina dei Pasdaran, accusato di controllare i transiti e applicare pedaggi.
Petrolio fermo
La pressione economica su Teheran resta pesante. Secondo dati di Kpler ed Energy Aspects citati dal Financial Times, dal 31 luglio nessuna petroliera avrebbe caricato greggio a Kharg, il terminale da cui parte circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. La Uani sostiene inoltre di non aver individuato dal 12 luglio petroliere cariche di greggio iraniano capaci di uscire dal Golfo. Venerdì il Brent era quotato poco sotto gli 82 dollari al barile. La sicurezza della navigazione resta intanto precaria. Ieri una nave in transito nello Stretto è stata colpita da un proiettile di origine sconosciuta: l’incendio sviluppatosi a bordo è stato domato e l’equipaggio è rimasto illeso, secondo l’agenzia britannica Ukmto.
Qatar e Arabia Saudita hanno inoltre condannato quello che hanno indicato come un attacco iraniano contro una petroliera degli Emirati. Doha ha parlato di “flagrante violazione” del diritto internazionale, mentre Riad ha denunciato un “assalto alla sicurezza della navigazione marittima e degli approvvigionamenti energetici globali”. Sul conflitto, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha sottolineato i limiti del proprio ruolo: “La guerra non dipende dal governo”. A decidere, ha spiegato, sono i vertici militari e in ultima istanza la Guida suprema Mojtaba Khamenei: “Qualunque decisione prenda, noi la sosterremo fino alla fine”.
Yemen e Libano
La crisi continua ad allargarsi alla regione. In Yemen gli Houthi hanno lanciato almeno 12 attacchi missilistici contro Hadramout e Marib, roccaforti del governo riconosciuto internazionalmente, accusato dal movimento sciita di preparare con l’Arabia Saudita una nuova offensiva terrestre. Le forze governative hanno risposto annunciando operazioni contro uomini e mezzi Houthi su diversi fronti e promettendo una reazione “senza alcuna clemenza” in caso di nuovi attacchi.
Nuovi bombardamenti israeliani sono stati registrati anche nel sud del Libano. L’artiglieria ha colpito per ore le alture intorno a Nabatieh e l’area di al-Mansouri, dove alcune abitazioni sono state danneggiate. Sul fronte diplomatico, Israele e Libano avrebbero concordato una rosa di Paesi candidati a fornire le truppe incaricate di verificare il disarmo di Hezbollah, previsto dall’accordo del 26 giugno in cambio del progressivo ritiro israeliano.
Hamas, fase 2
A Gaza Hamas ha infine dichiarato di essere pronta a procedere con la seconda fase del piano sostenuto dagli Stati Uniti, che prevede la consegna delle armi a un nuovo organismo palestinese. Il movimento chiede però a Washington di fare pressione su Israele. Benjamin Netanyahu sostiene invece che Israele non abbia ancora accettato la bozza proposta dal Board of Peace e lega il ritiro delle truppe al completo disarmo di Hamas. La situazione umanitaria resta drammatica: secondo l’Onu circa l’82% degli edifici della Striscia, oltre 200 mila strutture, risulta danneggiato e circa due terzi di questi sarebbero completamente distrutti. La maggior parte dei 2,1 milioni di abitanti di Gaza vive ancora da sfollata.





