La diplomazia statunitense entra in una nuova fase di confronto con la giustizia internazionale. Il segretario di Stato Marco Rubio ha lanciato una campagna per smantellare la Corte penale internazionale (ICC), accusando il tribunale dell’Aia di interferire con le operazioni militari e di polizia degli Stati Uniti, mettendo a rischio la sovranità nazionale. In un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal, Rubio ha evocato immagini di agenti di frontiera e funzionari eletti “trascinati davanti a giudici stranieri”, avvertendo che “se restiamo inerti, tutti loro saranno alla mercé di magistrati stranieri, a migliaia di chilometri di distanza”.
Il piano del Dipartimento di Stato prevede pressioni sui Paesi alleati affinché abbandonino la Corte, con la minaccia di sanzioni, divieti di viaggio e revoche di visti per chi continuerà a riconoscerne l’autorità. Tre esperti di diritto internazionale hanno definito le parole di Rubio una distorsione delle competenze dell’ICC. “La Corte non rivendica giurisdizione sugli Stati Uniti”, ha spiegato Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch, accusando Rubio di “mascherare la ricerca di impunità per crimini di guerra americani sotto la bandiera della sovranità”.
La Corte, istituita nel 2002 con lo Statuto di Roma, può indagare solo su crimini commessi in Paesi firmatari del trattato. Gli USA non lo hanno ratificato, ma hanno sostenuto indagini su crimini russi in Ucraina, segno di un doppio standard che molti osservatori considerano emblematico. Il confronto si inserisce nel solco tracciato dall’amministrazione Trump, che nel 2025 ha imposto sanzioni contro il procuratore Karim Khan, i suoi vice e sei giudici per le indagini su Israele e sulle operazioni americane in Afghanistan. Le misure si sono poi estese a funzionari ONU e ONG palestinesi.





