La Corte Suprema della Corea del Sud ha confermato giovedì la condanna a sette anni di carcere inflitta all’ex presidente Yoon Suk Yeol, chiudendo uno dei capitoli più controversi della recente storia politica del Paese. La sentenza riguarda l’accusa di aver ostacolato i tentativi delle autorità di arrestarlo dopo la sua breve e illegittima imposizione della legge marziale nel 2024.
La decisione arriva dopo che, ad aprile, l’Alta Corte di Seul aveva aumentato la pena da cinque a sette anni, riconoscendo Yoon colpevole di ulteriori reati. La Corte Suprema ha stabilito che non vi è stato alcun errore nell’interpretazione giuridica della sentenza precedente, confermando tutte le imputazioni: falsificazione di documenti, mancato rispetto della procedura formale per dichiarare la legge marziale — che richiede una riunione ufficiale del gabinetto — e diffusione di informazioni false ai media stranieri.
Gli avvocati dell’ex presidente hanno annunciato che presenteranno un ricorso alla Corte Costituzionale, contestando la legittimità della sentenza. I pubblici ministeri avevano chiesto una pena di 10 anni, accusando Yoon di abuso di potere e di aver causato un danno grave alla collettività.
Il 65enne ex presidente è già stato condannato all’ergastolo lo scorso febbraio per aver orchestrato un’insurrezione legata alla sua dichiarazione di legge marziale. Yoon, in carcere dal luglio 2025, deve ancora affrontare altri sette processi, che riguardano presunti abusi istituzionali, violazioni procedurali e condotte illegali durante il suo mandato.
La conferma della sentenza da parte della Corte Suprema rafforza la percezione di un sistema giudiziario deciso a perseguire le responsabilità politiche ai massimi livelli, in un momento in cui la Corea del Sud cerca di ricostruire fiducia nelle istituzioni dopo anni di turbolenze.





