A una settimana dal vertice NATO di Ankara, la Turchia ha vissuto una domenica di forte tensione politica e di piazza. Più di 100 persone sono state arrestate durante una marcia anti‑NATO organizzata dal Partito Comunista di Turchia (TKP), nonostante il divieto di manifestazioni imposto dalle autorità in vista dell’arrivo dei leader dei 32 Paesi alleati.
Il TKP ha denunciato gli arresti in un comunicato, affermando che tra i fermati figurano anche dirigenti del partito. La protesta principale si è svolta nella centrale piazza Kizilay di Ankara, dove le immagini hanno mostrato manifestanti che sventolavano bandiere e scandivano slogan come “NATO assassina, vattene dal Paese” e “Nessun passaggio per la NATO”.
La polizia antisommossa è intervenuta con gas lacrimogeni per disperdere la folla, mentre ampie zone della capitale erano già state transennate e pattugliate in vista del vertice. Nonostante il clima teso, altre manifestazioni si sono svolte a Istanbul. Centinaia di persone hanno marciato da piazza Taksim fino a Dolmabahçe, mentre due proteste separate hanno avuto luogo nel quartiere di Kadikoy. In questi casi, la forte presenza della polizia non ha portato a scontri.
Il governo non ha commentato immediatamente gli arresti, ma il clima di sicurezza straordinaria è evidente. Il mese scorso, 103 persone erano state fermate in raid antiterrorismo ad Ankara, mentre altre 39 — tra cui giornalisti, attivisti e accademici — sono state arrestate in operazioni separate in tutto il Paese. Le autorità hanno sostenuto che tali operazioni mirano a smascherare attività militanti, senza menzionare il vertice NATO.
Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Tuncer Bakirhan, co‑presidente del partito filo‑curdo DEM, ha definito gli arresti “misure inaccettabili che ostacolano i diritti fondamentali”. Kemal Kilicdaroglu, presidente nominato dal tribunale del CHP, ha espresso preoccupazione simile, parlando di “giorni di legge marziale non dichiarata”.





