La guerra in Ucraina entra alla vigilia del vertice Nato di Ankara con un nuovo avvertimento del Cremlino alla Polonia e con la diplomazia già in movimento tra Washington, Mosca, Kiev e Parigi. Dmitrij Peskov, portavoce di Vladimir Putin, ha accusato Varsavia di aver avviato sul proprio territorio la produzione di droni destinati all’esercito ucraino e ha ricordato che il ministero della Difesa russo ha pubblicato gli indirizzi degli impianti interessati. “La Polonia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”, ha dichiarato in un’intervista al programma russo ‘Vesti’, ripresa dalla ‘Tass’.
Il messaggio di Mosca non riguarda solo Varsavia. Peskov ha allargato il quadro all’intero sostegno occidentale a Kiev, sostenendo che i Paesi della Nato aiutino l’Ucraina anche nell’individuazione degli obiettivi sul territorio russo. “È una guerra, è una vera guerra”, ha detto, secondo ‘Interfax’. Per il Cremlino, quella che era stata definita all’inizio “operazione militare speciale” sarebbe ormai mutata in uno scontro diretto, perché “dietro Kiev ci sono Berlino, Parigi, L’Aja, Oslo e, purtroppo, Washington”. L’accusa è precisa: satelliti, infrastrutture e armi straniere contribuirebbero a colpire obiettivi russi.
La durezza delle parole di Peskov arriva mentre la Nato si prepara al vertice di domani e mercoledì nella capitale turca. Il summit nasce come appuntamento interno all’Alleanza, ma arriva già segnato dalla telefonata di quasi novanta minuti tra Donald Trump e Vladimir Putin. Yuri Ushakov l’ha definita una conversazione “costruttiva”, nella quale il presidente americano avrebbe offerto un contributo per cercare una soluzione al conflitto. Poco dopo Trump ha parlato anche con Volodymyr Zelensky, che ha definito il colloquio “molto positivo” e ha legato ogni possibile passo verso la pace alla “determinazione americana”.
Doppio binario
La sequenza mostra un doppio binario. Da una parte Washington tenta di riaprire un canale personale con Mosca. Dall’altra Kiev chiede che l’eventuale negoziato non parta da concessioni, ma da una posizione di forza. Il nodo resta il terreno. Putin rivendica avanzate nel Donbass e continua a subordinare ogni intesa al riconoscimento degli interessi russi. Kiev respinge questa ricostruzione, nega la perdita di Kostiantynivka e rifiuta il controllo russo del Donbass come condizione di partenza. È dentro questa tensione che Ankara dovrà misurare la tenuta dell’Alleanza. Dopo il vertice dell’Aja, la Nato ha già fissato una nuova ambizione: portare la spesa al 5 per cento del Pil entro il 2035, con almeno il 3,5 per cento destinato alla difesa in senso stretto e fino all’1,5 per cento a sicurezza, infrastrutture, reti, resilienza, innovazione e base industriale. La stessa dichiarazione ha stabilito che gli aiuti diretti alla difesa ucraina e alla sua industria potranno rientrare nella spesa nazionale degli alleati. È il riconoscimento che la sicurezza di Kiev è ormai parte della sicurezza euro-atlantica.
Il Segretario generale Mark Rutte arriva ad Ankara con una missione più complessa rispetto all’Aja. Non deve soltanto dimostrare a Trump che gli europei aumentano i contributi. Deve provare che l’Europa sa produrre di più, in tempi più brevi e con meno sovrapposizioni. A Berlino ha riassunto la rotta in tre parole: spesa, produzione, Ucraina. Il punto non è soltanto quanti fondi stanziare, ma come trasformarli in capacità militari operative, pronte al combattimento e sostenute da un’industria capace di reggere una fase lunga di confronto.
L’importanza del forum
Per questo il forum della difesa previsto domani assume un peso centrale. Ministri e operatori del settore discuteranno di munizioni, difesa aerea, missili, droni, cyber, logistica, scorte, rifornimento in volo e catene produttive. L’Europa, pur con livelli complessivi di spesa superiori a quelli russi, rischia di restare meno efficace se non riduce frammentazione industriale, duplicazioni nazionali e carenze negli abilitatori strategici. La deterrenza non passa più soltanto dagli eserciti, ma anche dalla capacità delle fabbriche di consegnare rapidamente ciò che serve. L’Ucraina sarà il banco di prova immediato. Il sostegno a Kiev viene descritto come duraturo e prevedibile.
Il testo del vertice dovrebbe confermare 70 miliardi di euro di aiuti militari nel 2026 e livelli almeno equivalenti nel 2027, oltre alla riaffermazione dell’impegno “ferreo” alla difesa collettiva. Ma il salto politico riguarda la natura del sostegno: Kiev non chiede solo sistemi d’arma, ma capacità da produrre, rigenerare e integrare nella propria industria. L’acquisto di circa cento missili Patriot con un miliardo di dollari di prestiti europei e il possibile accordo con la Germania da 4,5 miliardi per intercettori PAC-2 indicano questa evoluzione.
Nel frattempo Zelensky ha cercato il coordinamento con Parigi. Dopo il colloquio tra Putin e Trump il Presidente ucraino ha parlato con Emmanuel Macron e ha insistito sulla necessità che l’Europa entri nel processo diplomatico con una voce riconoscibile. Ogni passo nei negoziati e nella pressione su Mosca, ha spiegato, deve essere preparato con cura e concordato con gli alleati principali. Al presidente francese ha illustrato la situazione sul campo, le minacce russe e il bisogno di ulteriori sistemi di difesa aerea.





