Il Sudafrica ha vissuto un’altra giornata di tensione martedì, quando migliaia di manifestanti anti‑immigrati hanno marciato in diverse città per segnare la “scadenza” imposta agli stranieri senza documenti: lasciare il Paese entro il 30 giugno.
Avvolti in bandiere e armati di bastoni, gruppi organizzati e folle spontanee hanno attraversato Durban, Johannesburg, Soweto e altre aree urbane, mentre negozi chiudevano e lavoratori migranti restavano a casa temendo nuove violenze. Secondo le autorità, almeno quattro persone sono state uccise nelle ultime settimane e migliaia di africani — congolesi, malawiani, zimbabwani — hanno abbandonato le loro case, dormendo per strada o cercando rifugio presso consolati e chiese.
Le proteste, alimentate da una retorica che accusa i migranti di “rubare il lavoro” e “aumentare la criminalità”, hanno attirato soprattutto sudafricani poveri o disoccupati. Gli immigrati rappresentano circa il 4% della popolazione, una quota bassa rispetto agli standard globali. La giornata è stata segnata da episodi di violenza: a Thembisa, nella periferia di Johannesburg, manifestanti hanno lanciato pietre contro la polizia e contro sospetti migranti; a Benoni, gli agenti hanno usato veicoli tattici e sparato colpi dopo essere stati minacciati da 500 dimostranti; a Soweto, baracche di stranieri sono state saccheggiate. In Pietermaritzburg, la polizia ha disperso la folla con proiettili di gomma. Molti proprietari di immobili, temendo ritorsioni, hanno sfrattato illegalmente gli inquilini stranieri.
La polizia ha aperto 103 casi penali contro vigilanti anti‑stranieri da marzo, ma le ONG denunciano una protezione insufficiente delle vittime. Il presidente Cyril Ramaphosa ha riconosciuto le “preoccupazioni reali” dei cittadini sull’immigrazione irregolare, ma ha condannato le intimidazioni e la violenza: “Il diritto di protestare non permette di minacciare o vandalizzare”.





