Donald Trump ha rivendicato l’accelerazione del negoziato con l’Iran e, secondo Axios, giovedì sera ha telefonato a Benjamin Netanyahu per comunicargli che Washington intendeva chiudere l’accordo “nel giro di pochi giorni”. “È un ottimo accordo, ed è ora di porre fine a questa guerra”, avrebbe detto al Premier israeliano.
Dopo l’annuncio americano è arrivata la conferma del Pakistan, che media tra le parti. Il premier Shehbaz Sharif ha scritto su X che Stati Uniti e Iran sono “più vicini che mai a un accordo di pace” e che la finalizzazione del testo era attesa entro ventiquattro ore. Islamabad, ha aggiunto, si prepara a una firma elettronica, seguita da colloqui tecnici la prossima settimana.Teheran ha però frenato sui tempi.
Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, ha escluso una firma nelle successive ventiquattro ore e ha detto che la delegazione iraniana non aveva in programma viaggi a Ginevra, Islamabad o altrove nei prossimi uno o due giorni. “Sul momento esatto della firma dobbiamo aspettare”, ha precisato. Anche il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha confermato la possibilità di una firma da remoto nei prossimi giorni, ma solo se saranno completati gli ultimi passaggi negoziali.
La trattativa arriva dopo settimane di rischio escalation. Secondo la Cnn, il Pentagono avrebbe valutato un’operazione di terra in Iran per recuperare l’uranio altamente arricchito, poi sospesa da Trump per il rischio di vittime americane, rappresaglie iraniane e nuovi shock economici. Teheran, sempre secondo la Cnn, avrebbe intanto sigillato parte delle scorte nucleari, facendo crollare tunnel e minando gli ingressi di alcuni siti. Il clima resta fragile: il capo della magistratura iraniana Gholam Hossein Mohseni Eje’i ha detto che Teheran “non si fida per nulla degli americani”, mentre l’Onu ha parlato di un tono generale “incoraggiante”.
Hormuz e posizione iraniana
Il negoziato riguarda per ora la fine dei combattimenti, il Libano, lo sblocco dei fondi iraniani congelati e il futuro assetto dello Stretto di Hormuz. Secondo Teheran, il dossier nucleare non sarebbe invece al centro del memorandum. Hormuz resta il nodo decisivo. Nella notte tra venerdì e sabato, il Centcom ha annunciato l’abbattimento di diversi droni iraniani diretti contro navi commerciali, assicurando che il traffico nello Stretto è proseguito senza interruzioni.
Washington porterà il dossier al G7 in Francia: Trump discuterà con gli alleati i piani per lo sminamento e la sicurezza della navigazione dopo il cessate il fuoco. Regno Unito e Francia avrebbero già dato disponibilità.Anche l’Italia valuta un coinvolgimento. Antonio Tajani ha detto che Roma è pronta a “fare la propria parte” con la Marina militare in una missione internazionale. Per il ministro, la riapertura di Hormuz è essenziale per contenere i prezzi di petrolio, carburanti e fertilizzanti, decisivi anche per l’agricoltura africana e per evitare nuovi flussi migratori.Teheran chiede però garanzie economiche. Baghaei ha indicato come “parte inscindibile” dell’accordo lo sblocco dei fondi iraniani congelati e il pagamento dei servizi nello Stretto. Gli Emirati hanno smentito indiscrezioni sul trasferimento di miliardi a favore dell’Iran.
Libano, migliaia di vittime
Mentre la diplomazia accelera, il fronte libanese resta aperto. Ieri almeno cinque persone sono state uccise in raid attribuiti a Israele nel sud del Libano. Tra le vittime c’è Ali Badie, sindaco di Rihan. Altri morti sono stati segnalati a Maakarah, Deir al Zahrani e Kafr Reman, nel distretto di Nabatieh. L’esercito israeliano ha riferito di avere ucciso sette militanti di Hezbollah che operavano da un tunnel nel sud del Paese, usato secondo l’Idf per immagazzinare armi e preparare attacchi. Il ministro israeliano della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. La posizione complica il collegamento tra il memorandum Usa Iran e una possibile stabilizzazione regionale.
Il bilancio complessivo resta pesante. Secondo il ministero della Sanità libanese, dall’inizio delle ostilità del 2 marzo almeno 3.756 persone sono state uccise e 11.632 ferite. Il ministro dell’Economia Amer Bisat ha stimato in circa venti miliardi di dollari i danni provocati dalla guerra, con l’economia quasi dimezzata rispetto al periodo precedente alla crisi, da 55 57 miliardi a circa 32 miliardi di dollari. Il turismo avrebbe perso due miliardi, pari a circa il 7 per cento del Pil, mentre il 28 per cento dei terreni agricoli avrebbe smesso di produrre.





