L’algoritmo non firma. Può leggere mille curriculum in un secondo, misurare una prestazione, ordinare i nomi per punteggio; ma la decisione che cambia una vita deve portare in calce la mano di una persona.
Dell’intelligenza artificiale ci siamo chiesti soprattutto quanto lavoro ci avrebbe tolto: lo schema di decreto legislativo attuativo della legge 132 del 2025 – quello su autorità e formazione – licenziato in esame preliminare dal Consiglio dei Ministri il 10 giugno rovescia la domanda. Non quanto lavoro l’IA sottrarrà all’uomo, ma quanta umanità il lavoro saprà conservare quando l’IA vi entrerà.
È in questo capovolgimento la scelta del legislatore che dà attuazione alla legge 132 del 2025 e all’AI Act europeo lungo una linea precisa: la tecnica assiste, non sostituisce la responsabilità della persona.
La norma più netta – l’articolo 41 dello schema – riguarda proprio quelle decisioni: assunzione, sanzione, licenziamento. Possono essere assistite da un sistema di IA, ma mai prese soltanto da esso.
La parola definitiva resta a una persona fisica che esercita un potere reale e autonomo, non a chi si limita a ratificare l’esito di una macchina.
E qui il legislatore non si ferma al principio: il licenziamento intimato in violazione di questa regola è nullo.
Non annullabile, non sanzionabile: nullo.
Al lavoratore spetta inoltre, su richiesta e per il tramite di una persona, una motivazione intelligibile della decisione, con l’indicazione di quanto l’algoritmo vi abbia pesato e su quali parametri. Si chiude così lo spazio grigio in cui un punteggio opaco poteva valere quanto una valutazione umana.
Salute e sicurezza nell’era dell’IA
La seconda scelta – l’articolo 42 – porta l’IA dentro un perimetro che l’Italia conosce bene: la salute e la sicurezza. I sistemi che incidono su ritmi, organizzazione e modalità della prestazione entrano nella valutazione dei rischi prevista dal Testo Unico. Significa che il management algoritmico – la cadenza imposta da un software, il controllo continuo della performance – smette di essere una zona franca e diventa rischio valutabile, documentabile, contestabile, con obblighi di informazione e formazione per chi lavora. Non è una norma inedita: è il decreto sicurezza – oggi legge 198 del 2025 – esteso a un rischio che prima non aveva nome.
Formazione e riqualificazione continua
La terza scelta – l’articolo 39 – guarda avanti. Contro l’obsolescenza professionale il Ministero coordina formazione continua e riqualificazione anche attraverso le piattaforme digitali nazionali pensate per parlarsi tra loro, tra le quali l’Assistente personale per il lavoro (AppLI) e l’educazione digitale per l’occupazione (EDO).
È la stessa logica che attraversa il sistema informativo per l’inclusione sociale e lavorativa (SIISL) e l’infrastruttura di interoperabilità di cui parliamo da mesi: i dati non come fine, ma come servizio alla persona che cerca, cambia o difende il proprio lavoro.
Letti insieme, questi tre articoli dello stesso schema di decreto legislativo non sono un’isola: sono il tassello che mancava a un disegno.
La trasparenza retributiva chiede ai numeri di giustificare le decisioni sulle persone; il salario giusto del decreto lavoro riporta al centro il contratto collettivo; il recepimento della direttiva sul lavoro tramite piattaforma presume la persona dietro l’algoritmo.
Resta una verità che converrebbe non perdere. Perché un licenziamento scritto solo da una macchina non è efficienza: è abdicazione. Perché un algoritmo che detta i ritmi senza rispondere a nessuno non è progresso: è un rischio non valutato. Perché una competenza lasciata invecchiare non è destino: è una scelta che si poteva evitare.
E così il filo si annoda: in ogni snodo l’automazione può assistere, mai sostituire la decisione umana. E l’Osservatorio sull’IA e il suo impatto sul lavoro nasce per sorvegliare e supportare proprio questo equilibrio, sul campo e nel tempo.
Una precisazione di metodo, doverosa: si tratta di schemi, non ancora di norme vigenti, che attendono il vaglio delle Camere, delle Regioni e delle Autorità; il testo potrà cambiare. Ma la direzione è leggibile fin d’ora. Non l’uomo chiamato a rispondere all’algoritmo, ma l’algoritmo chiamato a rispondere all’uomo.
La legge più tecnologica, alla fine, è quella che ricorda chi, nel lavoro, resta il soggetto e chi lo strumento.





