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Iran, ultimatum Usa

Iran-USA, prove di guerra

lunedì, 8 Giugno 2026
2 minuti di lettura

Mentre i riflettori internazionali sono puntati sugli attacchi condotti nella regione di Dahiyeh, in Libano, un dato politico appare particolarmente significativo: il dialogo tra Stati Uniti e Iran sembra essersi improvvisamente interrotto. Un segnale che potrebbe indicare come la fase diplomatica stia lasciando spazio a una crescente logica di confronto.

Secondo fonti iraniane, gli Stati Uniti avrebbero rafforzato in modo considerevole la propria presenza militare nell’area. Teheran, contrariamente a quanto dichiarato da Washington, sostiene che il quantitativo di armamenti e mezzi dispiegati nel Golfo Persico e nelle basi regionali sarebbe oggi superiore persino a quello esistente prima dell’inizio delle ostilità a fine febbraio, circostanza che viene interpretata come la preparazione di possibili operazioni militari su più vasta scala.

Parallelamente, si allarga il numero degli attori regionali coinvolti nella crisi. Se inizialmente il confronto appariva limitato al rapporto diretto tra Washington, Israele e Teheran, oggi anche altri Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo sembrano essere entrati nel mirino delle valutazioni strategiche iraniane. La recente ritorsione di Teheran sarebbe infatti stata motivata dalla convinzione che l’ultimo attacco americano sia stato lanciato da installazioni militari situate in Bahrein e Kuwait.

Particolarmente delicata è la posizione del Kuwait. Le autorità iraniane ritengono che parte del flusso logistico destinato alle forze statunitensi transiti attraverso infrastrutture civili, compresi aeroporti commerciali utilizzati per il trasferimento di materiali e sistemi d’arma. Detto questo Teheran sostiene che l’attacco all’aeroporto del Kuwait sia colpa della ricaduta di un missile intercettore americano.

Sembra che si sia di fronte a tre attori indipendenti e con una propria agenda strategica e obiettivi minimi non negoziabili. Un accordo tra Iran e Stati Uniti è difficile, ma un accordo Iran, Israele e Stati Uniti sembra irraggiungibile perché si tratta di conciliare tre diverse visioni della sicurezza regionale. Ciò che potrebbe essere accettabile per Washington, non lo è per Israele. Più precisamente Israele considera il contenimento nucleare dell’Iran e dei suoi proxy una priorità esistenziale; gli Stati Uniti tendono invece a valutare il dossier iraniano all’interno di una più ampia architettura di equilibrio regionale e globale; l’Iran vede la propria proiezione di influenza come una componente essenziale della propria sicurezza nazionale. La difficoltà diplomatica nasce proprio dalla sovrapposizione di queste tre logiche differenti.

In ogni caso la sensazione è che entrambe le parti stiano operando secondo una logica di deterrenza armata che, paradossalmente, aumenta il rischio di escalation.

Da un lato Washington continua a mantenere la propria postura militare per convincere Teheran della superiorità americana e della necessità di accettare determinate condizioni negoziali; dall’altro l’Iran interpreta ogni nuovo dispiegamento come il segnale di un’imminente offensiva e reagisce di conseguenza.

In questo contesto, la diplomazia sembra procedere in senso inverso rispetto alla mobilitazione militare. Le armi si accumulano, gli attori coinvolti aumentano e la fiducia reciproca diminuisce. È possibile che nessuna delle due parti desideri realmente una guerra aperta, ma è altrettanto evidente che entrambe si stanno preparando all’eventualità che essa possa diventare inevitabile.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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