Cosplay. Molto più che un travestimento

Nato a cavallo tra fantascienza e cultura pop la pratica di indossare un costume che rappresenti un personaggio della cultura di massa coinvolge oggi milioni di persone nel mondo. Ma dietro costumi e personaggi si nascondono relazioni sociali e profonde ricerche interiori
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Con l’arrivo dell’autunno e della primavera numerose città nel mondo si animano di convention dedicate a fumetti, anime, manga, film e videogiochi. Centinaia di stand vendono gadget dei personaggi più amati, mentre migliaia di persone si aggirano vestite e truccate come loro. È il mondo del cosplay, parola che deriva dalla fusione di costume (costume, maschera) e play (interpretazione). Una pratica che oggi coinvolge milioni di persone e che è più di un semplice travestimento, ma una vera e propria forma di espressione culturale e sociale.

Il cosplay, infatti, può essere considerato una vera e propria subcultura, in cui persone di età e provenienza diverse si ritrovano unite da una passione comune. Attraverso questo interesse esprimono se stessi, costruiscono dei rituali, sfidano i ruoli di genere e vivono una libertà espressiva che non trovano altrove. Il travestimento diventa un modo per decostruire le proprie forme corporee, creando un terreno inclusivo alla cui base c’è la libertà di diventare chiunque si voglia essere. Inoltre, in un’epoca di forte isolamento digitale praticare cosplay significa sentirsi parte di una comunità reale.

Il cosplay può, quindi, essere considerato un linguaggio. Un modo per raccontarsi, un fenomeno che continua a crescere perché risponde al bisogno umano di essere se stessi anche se attraverso qualcun altro.

Alle origini del fenomeno

Contrariamente a quanto si pensa le radici del fenomeno vanno fatte risalire ai primi del Novecento negli Stati Uniti. Diverse fonti raccontano che nel 1939, durante la prima fiera della fantascienza “Worldcon” di New York, due partecipanti si presentarono indossando abiti futuristici ispirati al film “La vita futura” di William Cameron Menzies. La pratica si è poi diffusa nella sua forma attuale in Giappone negli Anni ’70 e ’80.

Il termine, infatti, venne coniato solo nel 1984 da un giornalista giapponese dopo una visita alla Worldcon di Los Angeles. Da allora questa attività si è diffusa ovunque, fino a diventare un fenomeno globale con competizioni internazionali come il “World Cosplay Summit“, che si svolge a Nagoya in Giappone dal 2003.

Le motivazioni psicologiche

Nonostante la loro diffusione i cosplayer subiscono ancora forti pregiudizi, perché considerati infantili e imbarazzanti. Eppure, dietro questa forma espressiva c’è più di quanto si pensi. Secondo uno studio riportato da “Horizon Psytech” il cosplay permette di esplorare parti di sé difficili da esprimere nella vita quotidiana. È un territorio sicuro in cui si possono interpretare identità alternative senza timore di giudizio.

Un articolo dello “Smithsonian Center for Folklife and Cultural Heritage” raccoglie le testimonianze di numerose persone che, grazie al cosplay, hanno superato insicurezze, ansia sociale e timidezza. Vestire i panni di un personaggio amato aiuta temporaneamente a sentirsi in connessione con esso, aumentando l’autostima e generando un senso di empowerment.

Il benessere mentale legato a questa attività non riguarda solo la costruzione del proprio io, ma anche l’espressione dei propri sentimenti. Lo stesso processo di creazione del costume funge da valvola di sfogo emotivo, concentrandosi su gesti piccoli e ripetitivi che favoriscono una sorta di pace mentale e un rallentamento dei ritmi di vita quotidiani. L’attività manuale permette di tornare in contatto con la concretezza delle cose.

Il valore sociale

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