Negli Stati Uniti si è chiuso uno dei capitoli più controversi della ricerca biomedica: la cordectomia sui beagle, la rimozione chirurgica delle corde vocali per impedire ai cuccioli di abbaiare durante gli esperimenti. Una pratica durata quasi quarant’anni, finanziata con fondi federali e rimasta nascosta dietro procedure burocratiche, laboratori interni e documenti oscurati. La sua fine rappresenta oggi una svolta morale e politica che nessuno, fino a pochi anni fa, avrebbe ritenuto possibile.
La vicenda esplose nel 2021, quando richieste FOIA resero pubbliche fatture e protocolli che documentavano l’uso sistematico della cordectomia in studi commissionati dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases. La reazione fu immediata e trasversale: parlamentari di entrambi gli schieramenti, associazioni veterinarie, gruppi animalisti e opinione pubblica denunciarono una pratica che l’American Veterinary Medical Association considera eticamente inaccettabile salvo casi medici estremi. La domanda non era più “perché indignarsi”, ma “come è stato possibile che ciò accadesse così a lungo”.
La svolta arrivò tra il 2022 e il 2025, quando una coalizione politica inedita — da Cory Booker a Rand Paul, da PETA a ricercatori critici del sistema — spinse per una revisione radicale delle norme. Il Congresso approvò il FDA Modernization Act 2.0, che per la prima volta autorizzava formalmente l’uso di alternative non animali nei test preclinici. La FDA pubblicò una roadmap per ridurre progressivamente la sperimentazione animale, mentre il NIH, sotto la nuova direzione, smise di finanziare progetti basati esclusivamente su modelli animali e chiuse l’ultimo laboratorio interno di beagle.
La fine della cordectomia non è solo un atto amministrativo: è il simbolo del crollo di un’abitudine istituzionale che aveva resistito per decenni grazie all’inerzia, alla mancanza di trasparenza e alla presunta inevitabilità del modello animale.


