Per la prima volta in oltre mezzo secolo di potere autoritario, la Siria apre le porte di un’aula di tribunale ai propri fantasmi. A Damasco è iniziato il primo processo pubblico contro funzionari dell’era Assad, un evento che segna una svolta storica in un Paese dove la giustizia è sempre stata subordinata alla ragion di Stato.
Davanti alla Corte speciale per i crimini amministrativi compaiono sei ex dirigenti del ministero dell’Interno e della Sicurezza, accusati di torture, appropriazione indebita e sparizioni forzate avvenute tra il 2011 e il 2015, nel pieno della guerra civile. Le udienze, trasmesse in diretta sui canali nazionali, sono seguite da centinaia di cittadini e da osservatori internazionali, che parlano di “un gesto di apertura senza precedenti”. Il governo di Bashar al-Assad, ancora formalmente al potere, ha autorizzato il procedimento come parte di un piano di “riconciliazione nazionale” annunciato dopo la fine delle principali ostilità. Ma dietro la retorica ufficiale si intravede una strategia più complessa: mostrare un volto riformista per ottenere la revoca delle sanzioni e riaprire i canali diplomatici con l’Europa e gli Stati arabi.
Le testimonianze dei familiari delle vittime, raccolte in aula, hanno scosso l’opinione pubblica. “Non cerchiamo vendetta, ma verità”, ha detto una donna il cui fratello è scomparso nel 2012. Le sue parole hanno attraversato la sala come un segno di risveglio civile in un Paese stremato da quindici anni di guerra e isolamento. Gli analisti avvertono che il processo potrebbe restare più simbolico che sostanziale, ma la sua sola esistenza infrange un tabù: quello dell’impunità. Per la prima volta, la Siria guarda se stessa allo specchio — e lo fa sotto gli occhi del mondo.





