Resta sostanzialmente bloccato il traffico nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per i flussi energetici globali. Una situazione che potrebbe alimentare nuove tensioni sui prezzi delle materie prime, con ulteriori rincari per energia e carburanti a carico di imprese e famiglie. È quanto emerge dal 37° Report congiunturale di Confartigianato, “Nuovi venti di guerra sull’economia, la congiuntura e le prospettive per le imprese”, presentato in un webinar aperto dal Segretario Generale Vincenzo Mamoli e concluso dal Direttore delle Politiche Economiche Bruno Panieri.
Prezzi in crescita
Nei 45 giorni successivi allo scoppio del conflitto, il prezzo medio del gas (IG Index GME) è risultato superiore del 45,6% rispetto alla media di febbraio, mentre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (PUN) ha registrato un aumento del 20,6% rispetto ai livelli pre-crisi.
I picchi dei rincari
Nel mese di aprile si osserva un parziale rientro delle quotazioni rispetto ai picchi di marzo, ma resta elevato il costo dei carburanti: nelle ultime cinque settimane il prezzo del gasolio, tasse incluse, supera del 18,1% i livelli di fine febbraio. L’intervento fiscale sulle accise ha però contenuto l’impatto in Italia, dove l’aumento è inferiore di circa otto punti rispetto alla media europea (+25,8%).
Shock energetico e rischi
Il quadro economico delineato dal report è segnato da un forte shock energetico che minaccia di rallentare la ripresa della produzione manifatturiera, dell’export e degli investimenti, con il rischio di una fase di stagflazione già nel 2027. Se il settore delle costruzioni continua a beneficiare della spinta del Pnrr, servizi e turismo mostrano ancora segnali positivi ma con primi indizi di indebolimento. L’occupazione resta in crescita, ma perde slancio dopo una lunga fase espansiva, mentre si attenua leggermente la carenza di manodopera.
Filiere sotto pressione
Oltre all’impatto diretto sui costi energetici, il conflitto incide sulle catene globali di approvvigionamento. Dalla metà di aprile potrebbe aggravarsi la scarsità di fertilizzanti e materie prime strategiche come zolfo, alluminio, elio e bromo. Una prolungata carenza di offerta rischia di amplificare la crescita dei prezzi di metalli e minerali, già in aumento del 23% su base annua a marzo 2026. Nello stesso mese, l’alluminio segna un +10% rispetto a febbraio e +26,9% su base annua.
Possibili razionamenti
Le tensioni sull’offerta di greggio e prodotti raffinati si riflettono sull’intera filiera petrolchimica – dai polimeri ai bitumi – e sui carburanti, con il rischio di razionamenti già emerso nel settore del trasporto aereo. Particolarmente esposti risultano i comparti energivori dell’edilizia, come cemento, acciaio, vetro, ceramica e laterizi. Inoltre, un aumento dei costi in Asia potrebbe tradursi in rincari per i beni importati: nel 2025 l’Italia ha acquistato da quei mercati prodotti chimici e materiali per 24,7 miliardi di euro, pari al 22,1% del totale importato.
Credito e divari territoriali
Sul fronte finanziario, la politica monetaria ha interrotto la discesa dei tassi d’interesse, mentre i prestiti alle imprese tornano a crescere. Tuttavia, restano condizioni di accesso al credito restrittive per le piccole imprese. Limitati anche gli spazi di intervento della politica fiscale, soprattutto in assenza di un’uscita anticipata dalla procedura di infrazione.
Export e giovani
Il report evidenzia infine forti differenze territoriali, sia nell’andamento dell’export – con particolare attenzione ai mercati di Medio Oriente, Stati Uniti e Germania – sia nel mercato del lavoro e nel turismo. Un focus specifico è dedicato all’occupazione giovanile under 35, analizzata per genere, settore e posizione professionale.





