I minori nella trappola degli algoritmi. La sfida di proteggere chi non sa ancora difendersi

Bloccare l'accesso ai social sotto una certa età, affidare ai genitori il controllo, responsabilizzare le piattaforme o puntare sull'educazione digitale? Le proposte in Parlamento mettono a confronto modelli diversi di tutela dei minori. L'iniziativa dell'onorevole Riccardo Zucconi, che ha anticipato l’EU Kid’s Act, propone un accesso progressivo, ma il nodo resta quello delle grandi piattaforme
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Non è più soltanto una questione di tempo trascorso davanti a uno schermo. Per bambini e adolescenti Internet è diventato luogo di socializzazione, apprendimento e intrattenimento, ma anche uno spazio nel quale costruire la propria identità. Un ambiente ricco di opportunità, in cui i più giovani si confrontano però con contenuti, relazioni e meccanismi di coinvolgimento per i quali non sempre possiedono gli strumenti necessari a difendersi.

I rischi vanno dall’esposizione a contenuti violenti o sessualmente espliciti al cyberbullismo, dalle molestie al grooming, fino alla diffusione incontrollata di immagini personali. Ci sono poi il confronto con modelli estetici irraggiungibili e la pressione a essere sempre presenti e visibili. A rendere più difficile interrompere la navigazione contribuisce il funzionamento delle piattaforme, progettate per trattenere l’attenzione attraverso notifiche, video automatici e suggerimenti personalizzati.

Quando il rapporto con la rete diventa difficile da controllare, ne risentono il sonno, il rendimento scolastico, la concentrazione e le relazioni familiari e sociali. Il tempo online può sottrarre spazio all’attività fisica, al gioco e alle esperienze dirette. Non è la tecnologia in sé a rappresentare il problema, ma un utilizzo precoce, eccessivo o non adeguatamente accompagnato, in una fase della vita in cui autocontrollo e gestione delle emozioni sono ancora in formazione.

I segnali di un rapporto problematico con la rete

I dati aiutano a comprendere la dimensione del fenomeno. La sorveglianza HBSC Italia 2022, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità e condotta su ragazzi di 11, 13, 15 e, per la prima volta, 17 anni, ha rilevato che circa il 15% degli adolescenti presenta un uso problematico dei social media, contro il 10% del 2018. La percentuale è più elevata tra le ragazze e, in particolare, tra le tredicenni.

Ma che cosa significa concretamente uso problematico? Gli indicatori comprendono l’incapacità di controllare il tempo trascorso online, il bisogno di collegarsi sempre più spesso, l’ansia quando non si può accedere ai social, il disagio quando si è offline, il ricorso alle piattaforme per sfuggire a sentimenti negativi e la rinuncia ad altre attività quotidiane. Quando questi comportamenti si presentano insieme e con continuità, possono segnalare una difficoltà da non sottovalutare. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, attraverso il suo ufficio europeo, ha richiamato l’attenzione sul fenomeno. Il rapporto HBSC internazionale del 2024, basato su quasi 280 mila ragazzi di 11, 13 e 15 anni in 44 Paesi e regioni, ha rilevato che la quota di adolescenti con comportamenti riconducibili a un uso problematico dei social è passata dal 7% del 2018 all’11% del 2022. Il rapporto segnala inoltre che il 12% dei ragazzi è a rischio di gioco problematico.

Sul versante della salute mentale, la letteratura scientifica individua associazioni tra uso problematico di Internet e sintomi depressivi, disturbi d’ansia, difficoltà di attenzione e iperattività, disturbi del sonno e comportamenti compulsivi. Possono manifestarsi anche insoddisfazione per il proprio corpo, isolamento, irritabilità e difficoltà nella gestione delle emozioni. È importante, tuttavia, non confondere un’associazione statistica con un rapporto automatico di causa ed effetto: non tutti i ragazzi che utilizzano molto Internet sviluppano una patologia e, in alcuni casi, un disagio psicologico preesistente può favorire il ricorso eccessivo alla rete. Resta fondamentale riconoscere tempestivamente i segnali di difficoltà, senza liquidarli come semplici abitudini adolescenziali.

Dall’Europa una proposta per rendere più sicuro l’ambiente digitale

La questione è ormai al centro del dibattito europeo. Il 17 settembre 2026 la Commissione europea ha presentato l’EU KIDS ACT, acronimo di EU Keeping Internet Digital Spaces Accountable and Trustworthy, una proposta di regolamento per rafforzare la protezione dei minori nell’ambiente digitale. Non è ancora una norma in vigore, il testo deve essere esaminato dal Parlamento europeo e dal Consiglio secondo la procedura legislativa ordinaria.

La proposta prevede un quadro comune per l’accesso dei minori ai servizi digitali, con particolare attenzione ai social network e alle piattaforme di condivisione video. Tra le misure indicate figurano il divieto di creazione autonoma di account per i minori di 15 anni sui servizi interessati e strumenti di verifica dell’età. Il provvedimento riguarda anche videogiochi online, chatbot e compagni virtuali basati sull’intelligenza artificiale. I fornitori sarebbero, inoltre, chiamati a dimostrare che i propri servizi sono progettati tenendo conto della sicurezza e del benessere dei più giovani.

L’iniziativa si inserisce nel percorso avviato con il Digital Services Act e con gli orientamenti della Commissione del luglio 2025 sulla protezione dei minori online. Questi ultimi raccomandano, tra le altre cose, impostazioni di privacy più rigorose, sistemi di segnalazione efficaci e misure contro i meccanismi che incentivano comportamenti compulsivi. La differenza è importante, in quanto gli orientamenti forniscono indicazioni non vincolanti, mentre l’EU KIDS ACT è una proposta di regolamento che, se approvata, diventerà direttamente applicabile.

Il Parlamento italiano cerca una risposta comune

Anche in Italia si moltiplicano le iniziative parlamentari. Camera e Senato stanno esaminando proposte che intervengono su aspetti diversi, dai limiti di età per l’accesso ai social, alla verifica dell’età degli utenti, l’uso dei dispositivi elettronici, la responsabilità delle piattaforme e la tutela delle immagini dei minori. Il confronto non è soltanto sull’età giusta per entrare nei social, ma anche su chi debba assumersi la responsabilità della protezione: i genitori attraverso l’autorizzazione e il controllo, le piattaforme attraverso verifiche e obblighi di sicurezza, le istituzioni attraverso regole ed educazione digitale. A queste misure si affiancano le iniziative che riconoscono ai minori maggiori strumenti per difendere la propria identità e le proprie immagini online.

Zucconi: “Fino a 14 anni l’accesso deve essere autorizzato dai genitori”

Tra i provvedimenti presentati alla Camera figura l’A.C. 2469, primo firmatario l’onorevole Riccardo Zucconi, che affronta congiuntamente l’impiego dei dispositivi elettronici e l’accesso a Internet e alle reti sociali. Il deputato propone limitazioni progressive in base all’età per proteggere i più giovani dall’accesso indiscriminato alla rete e a contenuti non adeguati alla loro maturità. “L’ho presentato come deputato, ma soprattutto come padre. Io ho quattro figli, il più grande ha quarant’anni, il più piccolo ne ha 16. Quindi ho visto tutto il cambiamento che c’è stato nel mondo della scuola, nel mondo degli interessi dei giovani e devo dire che, secondo me, la situazione non è migliorata”.

Una proposta nata dalla constatazione dei danni che un’esposizione senza limiti può provocare durante la crescita. “I ragazzi oggi sono danneggiati dall’accesso a Internet indiscriminato. Si sta parlando anche di ragazzini di 11, 12 anni, che vengono assolutamente danneggiati dall’accesso a contenuti che non sono adatti alla loro età”. Il punto centrale dell’iniziativa è la gradualità. “Nella mia proposta di legge si va a scalare in base all’età, con i limiti che devono essere imposti all’accesso a Internet per i ragazzi”. Nel dettaglio, fino ai 14 anni l’accesso a Internet e ai canali social sarebbe consentito soltanto previa autorizzazione dei genitori, volta per volta. Dai 14 ai 16 anni e dai 16 ai 18 si aprirebbero possibilità progressivamente più ampie, accompagnate da una crescente responsabilizzazione dei ragazzi e delle famiglie.

Per Zucconi la questione non si riduce al tempo trascorso davanti allo smartphone. “Noi abbiamo ragazzi che passano sui cellulari o su Internet sette, otto ore al giorno. Noi creiamo delle dipendenze, dobbiamo staccarli da questo, perché va contro gli interessi dei giovani, del loro sviluppo esistenziale e culturale”. Il deputato richiama anche la sostituzione delle esperienze dirette con quelle mediate dai social. “Questi sono mondi alternativi a quello reale, dai quali i giovani sono esclusi e saranno sempre più esclusi”. Da qui, secondo il parlamentare, la necessità di recuperare il valore dello studio, dell’impegno personale e delle relazioni fuori dalla dimensione digitale.

La responsabilità, però, non può essere affidata soltanto alle famiglie. “La scuola, la famiglia, lo Stato sono tutti passaggi essenziali, ma se noi non diamo gli strumenti legislativi per poter intanto contenere e poi educare a una diversa vita di relazione che non c’è più, perché ormai le vite di relazione si fanno al 90% su Internet, non risolviamo il problema”. Zucconi richiama anche le conseguenze che l’esposizione a contenuti inappropriati può avere sulla percezione dei rapporti tra i generi, della violenza e del rispetto delle istituzioni. Un tema che, a suo giudizio, coinvolge l’educazione affettiva e il ruolo degli adulti nell’accompagnare la crescita.

La responsabilità delle piattaforme e il nodo della libertà

Ma una legge nazionale può davvero arginare un fenomeno che attraversa i confini e coinvolge società tecnologiche globali? È uno dei nodi più complessi. Le piattaforme operano su scala internazionale, raccolgono enormi quantità di dati e utilizzano sistemi di raccomandazione e profilazione, che rendono difficile per le famiglie controllare ciò che i figli incontrano online. Anche la verifica dell’età deve conciliare l’efficacia dei controlli con la tutela della privacy. Proteggere i minori non può significare raccogliere indiscriminatamente documenti e informazioni personali.

C’è poi il tema degli interessi economici. Come osserva Zucconi, “molto spesso i nostri giovani vengono danneggiati per far fare i soldi a qualcuno”. E aggiunge: “Dietro tutto questo c’è non soltanto una violazione completa della privacy delle persone, ma anche lo sfruttamento economico di chi fa molti accessi, di chi sta molte ore su Internet e sui social”. Per questo, secondo il deputato, la legge non deve limitarsi a richiamare i genitori alle proprie responsabilità, ma mettere a loro disposizione strumenti concreti per esercitarle.

Zucconi è consapevole che una proposta di questo tipo possa sollevare obiezioni sul terreno della libertà di espressione. D’altra parte, sostiene, “consentendogli questi accessi illimitati alla rete Internet, non sappiamo quali luoghi frequentano, non sappiamo che persone frequentano”. La proposta non ha ancora iniziato il proprio esame parlamentare, ma il deputato auspica che possa presto entrare in Aula. “Sarà mia cura, insieme a tutti i colleghi che ci credono, cercare di spingere perché venga calendarizzata e votata. Da genitore a genitori credo che tanti saranno con me in questa battaglia”.

Guarda la video intervista integrale all’on. Zucconi:

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Cristina Calzecchi Onesti

Cristina Calzecchi Onesti

Giornalista ed esperta di comunicazione aziendale. Dopo esperienze in tutta la comunicazione, dagli uffici stampa alle Relazioni esterne, ai Rapporti istituzionali, per quasi dieci è stata assistente parlamentare, portavoce e spin doctor alla Camera e al Senato. Da sempre si occupa di politica, sociale, diritti civili e ambiente.

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