Halloween, contrazione dell’inglese All Hallows’ Eve, significa «la vigilia di Ognissanti». Il senso profondo della festa di Halloween che la tradizione popolare vuole sottolineare è il rapporto tra i vivi e i morti e, insieme, l’esorcismo della paura della morte. Le maschere e i travestimenti sono oggi un modo di ridere della morte, così da addomesticarla. La luce all’interno della zucca intagliata, che nasce dalla leggenda irlandese di Jack l’avaro, simboleggia l’anima in cammino e la protezione contro le tenebre.
Il «dolcetto o scherzetto» ha origini medievali: i poveri andavano di casa in casa a chiedere piccoli pani dolci e in cambio promettevano preghiere per i defunti della famiglia. Il dono era un gesto di carità verso i vivi e di suffragio per i morti. L’Italia è ricca di queste tradizioni. Halloween dice che la morte non spezza il legame tra le generazioni: una notte all’anno la memoria dei defunti viene riportata nelle case, nelle strade e tra i bambini, e la paura del buio si trasforma in festa, dono e condivisione.
La cornice cristiana e le radici italiane
Da quando la Chiesa, nel IX secolo, fissò al primo novembre la festa di Tutti i Santi e più tardi l’abate Odilone di Cluny istituì la commemorazione dei defunti il 2 novembre, quel sentimento antico non fu cancellato ma trasformato. La memoria dei morti trovò una cornice cristiana e le usanze popolari sopravvissero. Il resto lo fecero il Novecento, il cinema, l’industria dei costumi e dei dolciumi, così che Halloween ebbe un marchio di fabbrica globale: quello di Hollywood.
Ma ecco il punto che il dibattito spesso ignora: l’Italia non aveva bisogno di importare nulla, perché quella notte la conosceva già. Dalla Sardegna, dove i bambini giravano di casa in casa chiedendo offerte «per le anime» nei riti di Su mortu mortu e di Is animeddas, alla Sicilia, dove erano i morti a portare doni ai più piccoli: giocattoli, frutta di martorana, pupi di zucchero. Dalla Puglia, dove a Orsara si accendono ancora i falò e si intagliano le zucche nella notte dei «Fucacoste e cocce priatorje», al Veneto e al Friuli, dove si lasciava la tavola apparecchiata per i defunti che tornavano a casa. E dappertutto le fave dei morti, le ossa dei morti, il pane dei morti: dolci che dicevano, con la dolcezza, che chi se n’è andato forse non è mai andato via del tutto.
Psicologia e memoria
Perché allora Halloween ci sembra straniero? Perché lo abbiamo riconosciuto nella sua versione commerciale, non in quella originaria. Abbiamo dimenticato le nostre veglie e ci siamo ritrovati a comprare le maschere degli altri. Il problema non è la zucca: è la memoria perduta. C’è poi una ragione più profonda per cui questa festa funziona, e riguarda la psicologia umana. Il travestimento e la paura giocata sono strumenti antichissimi per addomesticare ciò che spaventa davvero: la morte, il buio, l’ignoto. Il bambino che si veste da scheletro e ride non sta celebrando il macabro; sta imparando, in modo protetto, a guardare in faccia ciò che altrimenti resterebbe innominabile.
Da medico che accompagna i pazienti nelle fasi più difficili della malattia, so quanto la nostra società abbia rimosso la morte dal discorso pubblico, confinandola nelle corsie d’ospedale e nel silenzio. Una notte in cui se ne parla, persino ridendo, diventa allora una ricorrenza per esorcizzarla.
La vera sfida, quindi, non è vietare Halloween né subirlo passivamente. È riempirlo di senso. Raccontare ai nostri figli che dietro la zucca c’è la rapa irlandese e, accanto alla rapa, il fuoco di Orsara e la tavola apparecchiata delle nostre nonne. Che la sera del 31 ottobre e la mattina del 2 novembre sono parte di un unico, antichissimo dialogo dell’uomo con i propri morti. Perché Halloween? Perché abbiamo bisogno, una volta l’anno, di ricordare che il confine tra i vivi e i morti è più sottile di quanto la fretta quotidiana ci lasci credere. Sta a noi decidere se attraversarlo soltanto con un sacchetto di caramelle, o anche con un po’ di memoria.





