La guerra contro l’Iran mette sotto pressione la strategia militare di Donald Trump. Il piano da 1.500 miliardi di dollari per la difesa rischia di arenarsi al Congresso, tra divisioni politiche, tensioni con il Pentagono e costi crescenti del conflitto. Intanto, in Israele, il Likud di Benjamin Netanyahu si conferma primo partito, ma il premier non dispone ancora dei numeri necessari per formare una maggioranza.
Secondo il Washington Post, l’approvazione dei finanziamenti militari è ostacolata dallo scontro tra repubblicani e democratici e dai rapporti sempre più difficili con il segretario alla Guerra Pete Hegseth. Il quotidiano ha raccolto le valutazioni di trenta esponenti ed esperti delle questioni di sicurezza nazionale, tra cui venti parlamentari delle commissioni competenti. Le testimonianze delineano una crisi della tradizionale cooperazione bipartisan sulla difesa.
Il progetto della Casa Bianca prevede un aumento del 40% della spesa militare, con investimenti in droni, missili di precisione e nel sistema antimissile Golden Dome. Hegseth ha inoltre chiesto 67 miliardi di dollari aggiuntivi per finanziare la guerra in Iran e le operazioni militari all’estero. La richiesta ha incontrato la resistenza dei democratici al Senato.
L’amministrazione ha diviso il finanziamento in due parti: 1.150 miliardi di dollari, che richiedono anche il sostegno dell’opposizione, e altri 350 miliardi da approvare con i soli voti repubblicani attraverso una procedura dedicata. Anche tra i repubblicani, tuttavia, manca un’intesa sulle modalità per procedere.
Il costo del conflitto iraniano avrebbe superato i 47 miliardi di dollari. Per contenere le spese, il Pentagono avrebbe rinviato attività di addestramento e manutenzione. Il rischio è che la guerra finisca per rallentare proprio il rafforzamento militare che Trump considera essenziale per preservare la superiorità strategica americana.
Trump punta a chiudere il conflitto
Il presidente ha promesso di concludere la guerra «molto rapidamente», sostenendo che l’Iran sia stato duramente sconfitto. Alle dichiarazioni si affiancano i tentativi di riaprire il canale diplomatico.
Secondo il Wall Street Journal, il vicepresidente JD Vance ha inviato, su indicazione di Trump, una lettera a Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, per favorire la ripresa dei negoziati.
Parallelamente, Washington starebbe rafforzando le difese nella regione. Secondo il quotidiano, una batteria di missili Patriot sarebbe stata trasferita dal Texas, mentre alcune truppe verrebbero spostate da basi esposte a possibili attacchi iraniani. La Casa Bianca non ha confermato le indiscrezioni, ribadendo che tutte le opzioni restano sul tavolo per impedire a Teheran di acquisire un’arma nucleare.
La contraddizione strategica è evidente: gli Stati Uniti vogliono mantenere la pressione militare sull’Iran e rilanciare il riarmo, ma il prolungamento delle operazioni assorbe risorse, aggrava le divisioni interne e può compromettere la capacità di sostenere nel tempo la proiezione militare globale.
Israele, Likud primo partito ma resta lo stallo
Anche il quadro politico israeliano rimane incerto. Con il 97,3% dei voti scrutinati, il Likud di Netanyahu ha raggiunto 27 seggi. Il blocco del premier si attesta a 53 deputati, contro i 48 delle forze di opposizione, mentre i partiti arabi ottengono complessivamente 19 seggi. Nessuno dei due schieramenti principali raggiunge la soglia di 61 deputati necessaria per una maggioranza alla Knesset.
Il risultato consolida la posizione del Likud, ma non risolve il problema della governabilità. Netanyahu resta in partita, mentre l’opposizione guidata da Gadi Eisenkot deve valutare possibili accordi con le forze arabe o altre combinazioni parlamentari. La formazione del nuovo esecutivo dipenderà dalla capacità dei blocchi di superare le rispettive incompatibilità.
Sul piano geopolitico, un eventuale cambio di governo non comporterebbe una discontinuità sostanziale nella politica di sicurezza israeliana o nella gestione della questione palestinese. La competizione riguarda anche la leadership, gli equilibri istituzionali e i rapporti con gli alleati occidentali. La sicurezza nazionale resta una linea di continuità per i principali schieramenti.
Le due partite sono collegate dal conflitto regionale, ma seguono dinamiche differenti. A Washington, la questione è se Trump riuscirà a sostenere militarmente la guerra senza compromettere il proprio programma di riarmo. A Gerusalemme, il problema è trasformare il risultato elettorale in una maggioranza parlamentare. In entrambi i casi, la superiorità militare e il consenso politico si confermano dimensioni distinte: la prima non garantisce automaticamente il secondo.





