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BENJAMIN NETANYAHU PRIMO MINISTRO ISRAELE, BEZALEL YOEL SMOTRICH MINISTRO DELLE FINANZE DI ISRAELE

Israele, Netanyahu in vantaggio ma senza maggioranza: gli arabi decisivi, l’opposizione rischia lo stallo

Il Likud di Prenier si conferma primo partito con 26 seggi, mentre Yashar, la formazione di Eisenkot, ne ottiene 21
giovedì, 29 Ottobre 2026
3 minuti di lettura

Benjamin Netanyahu rivendica la possibilità di formare un «forte governo nazionale di destra», ma le elezioni israeliane del 27 ottobre non gli consegnano ancora una maggioranza. Con lo scrutinio dei voti ordinari completato, il suo blocco ottiene 53 seggi, contro i 48 dell’opposizione guidata da Gadi Eisenkot. I partiti arabo-israeliani conquistano complessivamente 19 seggi. Per governare ne servono almeno 61.

L’affluenza ha raggiunto il 77,7%, il livello più alto dal 1999. È uno dei dati politicamente più significativi della consultazione. La mobilitazione elettorale riflette un Paese attraversato da una profonda insicurezza, dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 e l’allargamento del confronto militare regionale. Il paragone con la guerra dello Yom Kippur del 1973 è indicativo sul piano della percezione strategica: allora Israele fu colto di sorpresa da un attacco arabo su più fronti; oggi la minaccia viene percepita come persistente e multidimensionale. I due contesti restano differenti, ma in entrambi la sicurezza nazionale condiziona direttamente la vita politica.

Il Likud di Netanyahu si conferma primo partito con 26 seggi, mentre Yashar, la formazione di Eisenkot, ne ottiene 21. Il vantaggio del premier, tuttavia, non equivale a una vittoria parlamentare. Restano da scrutinare circa 650 mila schede a doppia busta, provenienti soprattutto da militari e riservisti, oltre che da diplomatici all’estero, persone ricoverate e altri elettori impossibilitati a votare nel proprio seggio.

Questi voti potrebbero modificare la distribuzione dei seggi. La componente militare rende plausibile un vantaggio relativo per le forze di destra, ma non consente di dare per scontato un rafforzamento decisivo del blocco Netanyahu. L’esito dipenderà dalla distribuzione effettiva dei voti e dagli eventuali cambiamenti nell’assegnazione dei seggi.

Il presidente statunitense Donald Trump ha attribuito parte della rimonta del premier al proprio endorsement. Il sostegno americano rafforza la posizione politica di Netanyahu, ma non risolve il problema centrale: costruire una coalizione capace di ottenere la fiducia della Knesset.

L’opposizione potrebbe tentare di raggiungere la maggioranza attraverso un accordo con i partiti arabi. È una possibilità aritmeticamente concreta, ma politicamente problematica. Una parte significativa delle forze che compongono il fronte anti-Netanyahu non intende affidare la sopravvivenza del governo a partiti arabi, soprattutto per le divergenze sulle questioni identitarie e di sicurezza. La partecipazione di Ra’am al governo Bennett-Lapid nel 2021 dimostra che una cooperazione è possibile, ma quell’esperienza si concluse dopo poco più di un anno.

Un’alternativa sarebbe un governo di minoranza sostenuto dall’esterno dai deputati arabi. Anche questa ipotesi resta da verificare: occorrerebbe un’intesa parlamentare sufficientemente solida e una disponibilità a sostenere un esecutivo senza parteciparvi direttamente. Le divergenze tra i partiti dell’opposizione e le riserve sulla collaborazione con le forze arabe potrebbero impedirne la realizzazione.

Resta infine esclusa, almeno sulla base delle dichiarazioni di Gadi Eisenkot, l’ipotesi di un governo di unità o di sicurezza nazionale che superi la contrapposizione tra i due bloci. La posizione del leader di Yashar restringe ulteriormente lo spazio delle soluzioni: senza un’intesa con le forze arabe, che presenta ostacoli politici rilevanti, l’opposizione deve individuare una diversa combinazione parlamentare per raggiungere la soglia dei 61 seggi.

Il presidente Isaac Herzog ha invitato i partiti a fare il possibile per evitare nuove elezioni, auspicando disponibilità al dialogo durante le consultazioni. Ma se nessun blocco riuscirà a raccogliere i numeri necessari, il Paese potrebbe tornare alle urne all’inizio del 2027.

In uno scenario di stallo, Netanyahu partirebbe da una posizione di vantaggio istituzionale. Resterebbe alla guida del governo in carica fino alla formazione di un nuovo esecutivo, secondo le procedure previste, e potrebbe utilizzare il tempo a disposizione per ricomporre la propria coalizione e prepararsi a un nuovo appuntamento elettorale. L’opposizione, invece, dovrebbe dimostrare di saper trasformare il voto contrario al premier in un’alternativa di governo credibile.

Il risultato consegna dunque a Netanyahu un vantaggio relativo, non una maggioranza. L’affluenza record segnala la centralità della sicurezza nell’elettorato israeliano; il peso dei partiti arabi rende più complessa la costruzione di un governo alternativo. La partita si giocherà ora sulla capacità di comporre alleanze, ma anche sulla loro sostenibilità politica. E, in caso di paralisi, il tempo potrebbe lavorare a favore del premier uscente.

Sul piano internazionale, oltre alle congratulazioni della Casa Bianca arrivano le dichiarazioni dell’ UE che si è congratulata con gli israeliani per l’elevata affluenza alle urne, definendola una testimonianza della vitalità della democrazia del Paese. Bruxelles ha inoltre confermato la disponibilità a collaborare con il prossimo esecutivo, puntando sul dialogo bilaterale e sulla cooperazione per rafforzare la stabilità e la sicurezza regionale e favorire una pace giusta e duratura.

Al di là della formazione del prossimo esecutivo, non è prevedibile una discontinuità sostanziale nella politica di sicurezza israeliana, compresa la gestione della questione palestinese. Le differenze tra Netanyahu e l’opposizione riguardano soprattutto gli equilibri istituzionali interni, la composizione della coalizione e il rapporto tra le diverse componenti politiche e sociali del Paese. Il confronto elettorale non mette dunque in discussione le principali direttrici della sicurezza nazionale israeliana, ma investe soprattutto chi dovrà governare e con quali alleanze. La competizione per il potere a Gerusalemme non coincide, in altri termini, con una revisione degli interessi strategici dello Stato.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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