La raccolta differenziata da sola non basta. Perché un rifiuto diventi una risorsa occorrono impianti adeguati, materiali di qualità, un mercato capace di assorbire il riciclato e controlli efficaci lungo tutta la filiera. In Italia, però, il sistema presenta ancora diverse criticità. Mentre si raccolgono grandi quantità di plastica, una parte del materiale destinato al riciclo resta nei magazzini, penalizzata anche dalla concorrenza di prodotti rigenerati importati a prezzi molto bassi. Ne abbiamo parlato con Claudia Salvestrini, direttore del Consorzio PolieCo, che richiama l’attenzione anche sui rischi di un modello di gestione dei rifiuti sempre più orientato al recupero energetico anziché al riciclo.
I dati ufficiali dicono che gli italiani continuano a ottenere buoni risultati nella raccolta differenziata, ma quando si passa al riciclo, in particolare della plastica, emergono ancora problemi importanti. Perché?
È vero, raccogliamo molto, ma la quantità di materiale che viene effettivamente riciclata è ancora insufficiente. Le ragioni principali sono due. La prima è la carenza di impianti, un problema che ci portiamo dietro da sempre. La seconda è che, anche se oggi disponessimo di molti più impianti di riciclo il nostro materiale avrebbe comunque difficoltà a trovare mercato. Dall’estero arriva infatti materiale rigenerato a prezzi troppo bassi e, di conseguenza, quello italiano resta fermo nei magazzini.
Eppure qualche impianto in Italia c’è. Assistiamo però al paradosso di riciclatori nazionali che non riescono a trovare materia prima, mentre i rifiuti plastici vengono avviati al trattamento all’estero. Come mai?
I riciclatori italiani si sono divisi in due grandi categorie. Da una parte ci sono quelli che producono materiale rigenerato di ottima qualità, ma subiscono la concorrenza di prodotti importati a prezzi molto bassi. In alcuni casi, si tratta addirittura di materia prima vergine commercializzata come materiale rigenerato, anche se non lo è. Un prodotto di ottima qualità, dunque, ma venduto a un prezzo molto competitivo. Dall’altra parte ci sono operatori che, già da anni, hanno scelto di trasformarsi in meri commercianti, raccolgono i rifiuti e li fanno lavorare in altri Paesi.
Da tempo si sospetta che nella filiera del riciclo esistano opacità. Il commissariamento di Corepla, il consorzio che si occupa degli imballaggi in plastica, sembra aver riacceso l’attenzione su queste criticità. Che cosa sta succedendo?
Sta succedendo che alcuni consorzi hanno smesso di svolgere pienamente quello che dovrebbe essere il loro compito: monitorare i flussi dei rifiuti. I consorzi nascono proprio per seguirne i percorsi e garantirne la tracciabilità. Quando viene meno questa missione istituzionale, vengono meno anche le condizioni per una gestione corretta dei rifiuti.
PolieCo si occupa dei rifiuti non urbani. Quali riforme ritiene urgenti per superare questi cortocircuiti?
La prima cosa da fare è raccogliere bene, per riciclare bene. Soltanto una raccolta di qualità consente di ottenere materiali facilmente riciclabili. Occorre, poi, incentivare il riciclo attraverso contributi economici. Noi, come consorzio, riconosciamo il contributo soltanto sul materiale rigenerato effettivamente prodotto. Non aiutano, invece, le ultime norme che aprono maggiormente la strada all’impiego dei rifiuti nei cementifici. Se si allargano le possibilità di utilizzare Combustibile Solido Secondario (CSS) nei cementifici, si rischia di ridurre gli incentivi a migliorare la qualità della raccolta. E questo, a mio avviso, non è economia circolare. L’economia circolare consiste nel trasformare un rifiuto in una nuova materia prima; raccoglierlo semplicemente per bruciarlo non significa chiudere il ciclo.
Ci spiega meglio che cos’è il CSS e quali sono le novità introdotte dall’ultimo decreto Ambiente?
Il CSS, cioè il Combustibile Solido Secondario, è un combustibile ottenuto dai rifiuti e sottoposto a specifici requisiti di qualità. Il problema è che, attraverso una semplice autodichiarazione, un’azienda può dichiarare che il materiale prodotto è CSS e che possiede i requisiti tecnici previsti dalla legge. Ma, come si può facilmente comprendere, se raccolgo i rifiuti senza prestare sufficiente attenzione alla qualità e ho comunque uno sbocco agevolato nei cementifici, viene meno l’incentivo a migliorare la raccolta per ottenere materiali facilmente riciclabili. Se, inoltre, i cementifici beneficiano di procedure autorizzative semplificate per utilizzare questo combustibile il rischio è di indebolire ulteriormente la spinta verso una raccolta differenziata di qualità. È un’impostazione che considero dannosa, tanto per i rifiuti urbani quanto per quelli speciali.





