A Mosca, mentre un maxi‑schermo invita i cittadini ad arruolarsi per combattere in Ucraina, Polina Lermant, 24 anni, distribuisce volantini con un messaggio opposto: “votare per la pace”. È una scena che racconta la Russia del 2026 meglio di qualsiasi slogan. Lermant è candidata del partito liberale Yabloko, l’unica forza politica registrata nel Paese che si oppone apertamente alla guerra. E la sua campagna è un atto di coraggio in un clima dove il dissenso è punito con il carcere. La giovane attivista teme di fare la stessa fine di molti colleghi. Negli ultimi mesi, figure di spicco del partito sono state condannate a pene durissime: Lev Shlosberg a 11 anni, Maxim Kruglov a 7, entrambi accusati di aver “discreditato l’esercito”. Lermant ricorda come suo bisnonno fu esiliato negli Urali per un’accusa simile in epoca sovietica. “Novant’anni dopo, la paura è tornata”, dice, mentre la repressione si intensifica e lo spazio per il dissenso pubblico si restringe. Il Cremlino sostiene che la censura è necessaria per garantire l’unità nazionale e contrastare presunte operazioni di destabilizzazione orchestrate dall’intelligence ucraina. Ma la realtà è che la campagna elettorale per la Duma, la prima dall’invasione del 2022, si svolge in un contesto dove il risultato non è in discussione: Russia Unita è destinata a mantenere la maggioranza, affiancata dai quattro partiti che votano regolarmente in linea con il governo. Per le autorità, il voto è un test sulla “stanchezza di guerra” della società, in un momento in cui l’economia è sotto pressione: carburante scarso dopo gli attacchi con droni, tassi d’interesse elevati, carenza di manodopera e sanzioni occidentali. La propaganda insiste sul messaggio della vittoria: uno spot televisivo mostra comandanti militari di varie epoche e soldati che issano la bandiera dopo una battaglia in Ucraina, accompagnati dallo slogan “La loro voce è la voce della vittoria. Il tuo voto è la forza della Russia”. Yabloko, un tempo protagonista del liberalismo post‑sovietico, oggi è ridotto a una presenza marginale.


