La diplomazia americana lascia Kiev e sulla capitale ucraina tornano missili e droni. Dopo una pausa di circa tre giorni coincisa con la missione degli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, la Russia ha ripreso nella notte una vasta offensiva aerea contro Kiev e altre regioni dell’Ucraina. Il bilancio nella capitale è salito ad almeno tre morti e diversi feriti, mentre sono stati danneggiati edifici residenziali e strutture civili. L’attacco segna la fine della breve sospensione delle operazioni che aveva accompagnato la visita degli emissari di Donald Trump.
La missione di Witkoff e Kushner
La coincidenza temporale è politicamente significativa, ma non significa che la diplomazia americana sia fallita. Witkoff e Kushner hanno incontrato Vladimir Putin a Mosca e Volodymyr Zelensky a Kiev nel tentativo di riaprire un canale negoziale rimasto bloccato. Al termine degli incontri Zelensky ha definito le proposte americane «decent ideas», cioè idee o proposte ragionevoli e meritevoli di essere approfondite. Il presidente ucraino, tuttavia, non ha parlato di un accordo né di un piano di pace già accettato: ha sottolineato la necessità di verificare se quelle idee possano essere concretamente applicate e produrre risultati.
È una distinzione importante. I colloqui sono stati definiti incoraggianti e sostanziali, ma non hanno prodotto una svolta diplomatica. Restano irrisolti i nodi centrali del conflitto, a partire dal controllo dei territori occupati e dalle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. Washington sta cercando di riportare Mosca e Kiev verso un negoziato diretto, ma le posizioni delle due parti restano ancora molto distanti.
Il Cremlino, attraverso Lavrov, ha contemporaneamente sostenuto che gli inviati americani avrebbero riconosciuto alcune delle «realtà sul terreno» e la posizione contraria all’ingresso dell’Ucraina nella NATO. Mosca ha definito positivamente questa impostazione e ha detto di voler continuare il dialogo.
Prospettive negoziali e nuovi attacchi
Zelensky ha comunque indicato la possibilità di un nuovo incontro trilaterale tra Ucraina, Russia e Stati Uniti e ha espresso l’auspicio di incontrare Donald Trump nella seconda metà di settembre. Tra i possibili argomenti di un futuro negoziato figurano questioni più circoscritte, come le esportazioni di grano, le infrastrutture energetiche e gli scambi di prigionieri. Per ora, tuttavia, non esiste un accordo definitivo né una data certa per un vertice trilaterale.
Nel frattempo la guerra continua a determinare i rapporti di forza. La Russia ha ripreso a colpire Kiev, la regione di Poltava, KryvyiRih, Dnipro, la regione di Odessa e Starokostiantyniv, proprio mentre Washington tenta di riaprire il negoziato e l’Ucraina continua a denunciare la necessità di rafforzare la propria difesa aerea in vista dell’inverno. Gli attacchi contro la capitale confermano inoltre che la pausa dei giorni scorsi non aveva rappresentato l’inizio di un cessate il fuoco, ma soltanto una sospensione temporanea delle operazioni.
Sul fronte occidentale, Londra ha annunciato un nuovo pacchetto da 150 milioni di sterline destinato alla difesa aerea ucraina, con particolare attenzione ai missili Patriot e alle esigenze militari dell’inverno. Il sostegno riflette la crescente preoccupazione di Kiev per la disponibilità di intercettori sufficienti a proteggere città e infrastrutture energetiche.
La giornata dell’8 settembre restituisce così una fotografia contraddittoria del conflitto. Da una parte, la diplomazia americana ha riaperto un canale di comunicazione tra Washington, Mosca e Kiev e Zelensky considera alcune delle proposte americane meritevoli di approfondimento. Dall’altra, i bombardamenti sono ripresi immediatamente dopo la pausa e nessuna delle questioni decisive è stata risolta.
La guerra e la diplomazia procedono dunque ancora una volta in parallelo. Si tratta mentre si combatte e si combatte per arrivare al tavolo negoziale in una posizione di forza. Le prossime settimane diranno se le «idee ragionevoli» di cui parla Zelensky potranno trasformarsi in proposte concrete oppure se il campo di battaglia continuerà, ancora una volta, a dettare i tempi della diplomazia.





