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Lavoro, il divario tra Nord e Sud vale quasi un mese

Lavoro, il divario tra Nord e Sud vale quasi un mese

Nel 2024 al Nord 255 giornate retribuite contro le 228 del Mezzogiorno. Scarto del 36% anche per paga giornaliera e produttività. La Cgia: pesano precarietà, part-time involontario, stagionalità e sommerso
lunedì, 7 Settembre 2026
3 minuti di lettura

Nel 2024 un lavoratore italiano ha totalizzato in media 246,5 giornate retribuite. Dietro il dato nazionale emerge però una distanza territoriale netta: al Nord la media ha raggiunto 255 giorni, mentre nel Mezzogiorno si è fermata a 228. Il divario ammonta dunque a 27 giornate, quasi un mese di lavoro nell’arco di un anno.

La stessa frattura compare sul fronte degli stipendi. La retribuzione media giornaliera ha toccato 108 euro nelle regioni settentrionali contro gli 80 euro del Sud, con uno scarto del 36 per cento. Analoga distanza interessa la produttività, superiore al Nord del 36 per cento rispetto al Mezzogiorno. I dati, elaborati dall’Ufficio studi della Cgia, fotografano uno degli squilibri strutturali dell’economia italiana.

Precarietà e sommerso dietro il minor numero di giornate

Il minor numero di giornate retribuite al Sud non indica una minore propensione al lavoro. Il dato deriva dal monte ore annuo rapportato al numero degli occupati e risente soprattutto di tre fattori: maggiore diffusione della precarietà, ricorso più frequente al part-time involontario e forte presenza di attività stagionali, in particolare nel turismo e nell’intrattenimento. A questi elementi si aggiunge il lavoro nero. Le ore svolte fuori dai rapporti regolari non entrano nelle statistiche ufficiali e il monte ore registrato finisce quindi per rappresentare solo una parte dell’attività effettiva. Secondo la CGIA, il quadro rimanda soprattutto a condizioni occupazionali più discontinue e meno regolari.

La graduatoria provinciale delle giornate retribuite colloca Lecco al primo posto con 265,4 giorni medi all’anno. Seguono Biella con 263,9, Vicenza con 263,4, Monza-Brianza con 263,3 e Lodi con 262,8. Si tratta in prevalenza di territori a forte vocazione manifatturiera, caratterizzati dalla presenza di imprese medie e grandi con produzioni a ciclo continuo.

In fondo alla classifica compaiono Rimini con 212 giornate, Nuoro con 205 e Vibo Valentia con 195. Nel caso di Rimini incide la forte specializzazione turistica, concentrata per larga parte in cinque o sei mesi dell’anno.

Lavoro povero, il nodo della continuità occupazionale

I dati Inps indicano che, per una parte consistente dei cosiddetti lavoratori poveri, il problema non riguarda soltanto il livello della paga oraria. Un peso rilevante deriva dal numero ridotto di ore settimanali e dai periodi limitati di occupazione nel corso dell’anno. Su questa base, l’Ufficio studi della Cgia considera insufficiente un intervento concentrato esclusivamente sul salario minimo. Un aumento della paga oraria, infatti, non elimina il rischio di redditi bassi quando l’attività copre poche ore alla settimana oppure soltanto alcuni mesi.

La Cgia individua quindi tra le priorità una maggiore stabilità dei rapporti, una continuità occupazionale più ampia, la trasformazione del part-time involontario in tempo pieno e interventi sulla produttività dei comparti più fragili.

Contrattazione aziendale ancora poco diffusa

Un altro strumento indicato dalla Cgia riguarda la contrattazione di secondo livello, attraverso premi collegati alla produttività e intese aziendali o territoriali. Secondo il report del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 15 luglio 2026, questi accordi interessano 4,2 milioni di dipendenti privati, pari al 26 per cento del totale. Di questi, 3,1 milioni rientrano in contratti aziendali e 1,1 milioni in accordi territoriali.

La contrattazione decentrata consente inoltre interventi più rapidi rispetto ai rinnovi dei contratti nazionali e può disciplinare premi di produttività, welfare aziendale, organizzazione del lavoro e orari.

Non mancano però posizioni contrarie. Secondo i critici, un eccessivo decentramento potrebbe ridurre il peso delle tutele comuni previste dai contratti nazionali e aumentare le distanze tra grandi e piccole imprese o tra diverse aree del Paese. La Cgia giudica invece queste obiezioni più vicine alla difesa del centralismo sindacale che alla tutela effettiva dei lavoratori.

Produttività e stipendi procedono insieme

La distribuzione territoriale delle retribuzioni conferma il legame con la produttività. Ai primi posti per valore aggiunto per ora lavorata figurano Trentino-Alto Adige, Lombardia, Valle d’Aosta, Lazio ed Emilia-Romagna. Una composizione simile emerge dalla classifica degli stipendi medi lordi annui. La Lombardia guida con 30.384 euro, davanti a Emilia-Romagna con 26.377, Piemonte con 26.249, Veneto con 25.370 e Trentino-Alto Adige con 25.244 euro.

La concentrazione nel Centro-Nord di multinazionali, utility, imprese medio-grandi, società finanziarie, banche e assicurazioni contribuisce ad ampliare il divario. Queste realtà riconoscono in genere compensi più elevati e presentano una quota maggiore di manager, dirigenti, quadri e tecnici, figure alle quali corrispondono livelli retributivi superiori.

Milano al vertice, Vibo Valentia in coda

Il confronto provinciale rende ancora più evidente la distanza. Nel 2024 Milano ha registrato la retribuzione media lorda annua più alta tra i lavoratori dipendenti del settore privato, con 35.670 euro. Alle sue spalle si collocano Monza-Brianza con 29.576 euro, Parma con 28.747, Modena con 28.731, Bologna con 28.672, Lecco con 27.788 e Reggio Emilia con 27.772 euro.

Nei territori emiliani incidono soprattutto comparti a produttività e valore aggiunto elevati, tra i quali auto di lusso, meccanica, automotive, meccatronica, biomedicale e agroalimentare.

All’estremo opposto si trovano Crotone con 15.326 euro, Cosenza con 15.263 e Nuoro con 15.231. Vibo Valentia chiude la graduatoria con 13.885 euro annui. La media italiana si attesta a 24.486 euro.

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