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Cent'anni di un incubo cosmico: «Il richiamo di Cthulhu» e la nascita di un mito senza nome

Cent’anni di un incubo cosmico: «Il richiamo di Cthulhu» e la nascita di un mito senza nome

venerdì, 28 Agosto 2026
3 minuti di lettura

Cento anni fa, tra la fine di agosto e il settembre del 1926, Howard Phillips Lovecraft chiudeva la stesura de Il richiamo di Cthulhu. A raccontarlo sono gli stessi appunti dello scrittore di Providence e una lettera all’amico e collega di «Weird Tales» Clark Ashton Smith, testimonianza diretta di un lavoro compositivo lungo e tormentato, maturato nei mesi immediatamente successivi al rientro di Lovecraft a Providence, dopo la parentesi newyorkese e la separazione dalla moglie Sonia Greene.

Il racconto – presentato come un manoscritto ritrovato tra le carte dello scomparso Francis Wayland Thurston – sarebbe uscito solo nel febbraio del 1928 sulle pagine di «Weird Tales», dopo un iniziale rifiuto dell’editor Farnsworth Wright, convinto a pubblicarlo solo grazie all’intercessione dell’amico Donald Wandrei.

È il testo che, più di ogni altro, fissa il cosmicismo lovecraftiano: la scoperta dell’assoluta irrilevanza dell’uomo di fronte a forze remote e indifferenti, sopravvissute da ere «o lungo tempo ritrattesi davanti all’avanzare dell’uomo» e che «solo la poesia e la leggenda» hanno saputo custodire, battezzandole dei, mostri, esseri mitici. La struttura del racconto – tre narrazioni incastonate l’una nell’altra, affidate a narratori tutti di dubbia affidabilità, il cui registro sale via via dalla ponderata considerazione iniziale fino al marasma febbrile dell’orrore rivelato – rappresenta un salto qualitativo rispetto alla produzione precedente di Lovecraft, a partire da Dagon, il racconto del 1917 che ne anticipava i temi in forma ancora embrionale.

Attorno a questo nucleo narrativo si è costruito, nei decenni, un intero universo – ma con un’etichetta che lo stesso Lovecraft non scelse mai. È infatti August Derleth, corrispondente dello scrittore e in seguito suo editore ad Arkham House, a coniare l’espressione «Miti di Cthulhu» nel tentativo di sistematizzare in un impianto quasi teologico – con tanto di «Dei Antichi» buoni contrapposti a «Dei Esterni» malvagi – un corpus che Lovecraft aveva sempre lasciato volutamente fluido e incoerente.

Lo scrittore, da parte sua, preferiva riferirsi alla propria cosmogonia come «Yog-Sothothery», dal nome della divinità-Guardiano della Soglia, respingendo persino la prima proposta di Derleth di intitolarla «Mitologia di Hastur». Una distanza non solo terminologica, ma di sguardo: dove Derleth, cattolico praticante, introduceva una cornice etica assente nell’originale, Lovecraft – ateo e materialista – costruiva un cosmo radicalmente amorale, in cui l’uomo non è protagonista di alcuno scontro fra bene e male, ma spettatore incidentale e ininfluente di forze che nemmeno lo percepiscono.

È proprio da questa disputa sulla denominazione che nasce Yog-Sothothery. Oltre la soglia dell’immaginario di H.P. Lovecraft, l’antologia curata da Salvatore Santangelo per Castelvecchi, nella collana Navi, con i contributi di Miska Ruggeri, Paolo Mariani, Angelo Clementi, Adriano Monti Buzzetti Colella, Pietro Guarriello e Virginia Como. Nella nota introduttiva, Santangelo propone la nozione di «Cthulhucene», l’era che il mito lovecraftiano ha finito per inaugurare nell’immaginario contemporaneo, contaminando cinema, serie tv, videogiochi, fumetti e persino la musica – dai Metallica, che dedicarono al Solitario di Providence il brano The Call of Ktulu, fino ai riferimenti diffusi nella narrativa horror successiva. Il volume ripercorre inoltre i luoghi reali che ispirarono l’immaginario lovecraftiano – dalla New York descritta come una visione ciclopica e insieme allucinata, alle atmosfere che nutrirono racconti come L’orrore a Red Hook – restituendo la complessità di un autore troppo spesso ridotto a icona pop e stereotipo.

Non è un caso, ha osservato più volte lo stesso curatore, che il ciclo cosmico lovecraftiano anticipi di pochi anni la Grande crisi del 1929 e ne accompagni l’intera esplosione: un disorientamento personale – quello dello scrittore, reduce dal fallimento del matrimonio e dagli anni newyorkesi vissuti tra ristrettezze economiche e un razzismo che innervava la sua stessa scrittura – che diventa specchio di una società già segnata dagli orrori meccanizzati della Grande Guerra e prossima al collasso finanziario. La fiducia ottocentesca nel progresso, incrinata dalla prima industrializzazione del massacro sui campi di battaglia europei, trova nell’opera di Lovecraft una delle sue più lucide elaborazioni letterarie: l’uomo non è più misura del mondo, ma frammento accidentale in un universo indifferente e potenzialmente ostile.

In questo senso, Il richiamo di Cthulhu non è soltanto l’atto fondativo di un mito pop planetario, capace di attraversare culture dei giochi di ruolo, letteratura e cinema fino ai nostri giorni, ma un autentico sismografo letterario della decadenza del proprio tempo. A distanza di un secolo dalla sua stesura, il racconto continua a parlare a un presente attraversato da nuove forme di spaesamento collettivo, confermando – come ricordano gli studi raccolti nell’antologia curata da Santangelo – quanto l’eredità del Solitario di Providence resti tutt’altro che esaurita.

Redazione

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“La Discussione” è una testata giornalistica italiana fondata nel 1953 da Alcide De Gasperi, uno dei padri fondatori dell’Italia moderna e leader di spicco nella storia politica del nostro paese.

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