Dolly Parton se n’è andata a 80 anni, lasciando dietro di sé un’eco che nessuna chitarra potrà mai spegnere. La notizia, annunciata dal nipote Brian Seaver, ha attraversato il mondo come un brivido di malinconia e gratitudine. “È un onore misto a orgoglio e grande tristezza”, ha scritto, e in quelle parole c’è tutto ciò che Dolly ha rappresentato: la forza di chi trasforma la vita in musica e la musica in speranza.
Così talentuosa da scrivere Jolene e I Will Always Love You nello stesso giorno, Parton ha inciso nella storia del country una poetica fatta di verità e melodie che sembrano respirare. Con 25 singoli al numero uno e 47 album nella Top 10, ha attraversato i confini del genere, conquistando anche il pop con 9 to 5, e il cinema con ruoli che le valsero nomination ai Golden Globe.
Dietro il luccichio dei suoi abiti tempestati di strass e le acconciature monumentali, c’era una donna nata nella povertà di una capanna del Tennessee, quarta di dodici figli. Da una chitarra improvvisata con pezzi di mandolino e corde di basso, fino al debutto al Grand Ole Opry introdotta da Johnny Cash, Dolly ha sempre saputo che sarebbe diventata una stella.
“Sembrava naturale”, diceva. La sua carriera è stata un viaggio di libertà e coraggio: dai duetti con Porter Wagoner e Kenny Rogers, ai capolavori collettivi come Trio con Emmylou Harris e Linda Ronstadt.
Ma la sua grandezza non si è fermata alla musica. Con la Imagination Library, ha donato oltre 150 milioni di libri ai bambini del mondo, insegnando che la lettura è il primo passo verso la dignità.
Parton è stata anche imprenditrice e filantropa: ha fondato Dollywood, creato borse di studio, sostenuto la ricerca medica e contribuito alla nascita del vaccino Moderna con una donazione da un milione di dollari.





