Contrastare lo spopolamento delle aree interne, montane, rurali e insulari e offrire soprattutto alle nuove generazioni le condizioni per non essere costrette ad abbandonare la propria terra d’origine. È questo l’obiettivo della strategia europea sul “Right to stay”, il diritto a restare, che la Commissione europea punta a presentare tra la fine del 2026 e i primi mesi del 2027.
Declino o sviluppo?
Ad annunciarlo è stato Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione europea per la Coesione e le Riforme, intervenendo al Meeting di Rimini nel corso dell’incontro “L’Italia delle aree interne: declino o sviluppo?”.Il tema, ha spiegato Fitto, non può essere affrontato attraverso interventi isolati o politiche settoriali. «Il problema dello spopolamento delle aree interne richiede di abbandonare una visione verticale e di costruire una risposta integrata», ha sottolineato.
La nuova impostazione
Alla base di questo approccio c’è anche la nuova impostazione della Commissione europea. “All’avvio di questa Commissione, la presidente Ursula von der Leyen ha messo insieme, nella vicepresidenza che presiedo, la coesione – che include l’obiettivo di ridurre le disparità territoriali – con il coordinamento di altri portafogli e di altri commissari: dall’agricoltura alla pesca, dal turismo alla blue economy”.
Territori e politiche di misura
Una scelta che, secondo Fitto, risponde alla complessità dei territori più fragili. Le aree interne, infatti, non rappresentano una categoria omogenea: comprendono zone rurali, aree montane, piccole isole e territori caratterizzati da problemi e potenzialità differenti. “Ognuna merita una politica di intervento specifica”, ha osservato il vicepresidente della Commissione.
Servizi e sviluppo
In questo quadro, l’agricoltura resta uno dei settori centrali, insieme alla necessità di indirizzare le risorse verso le attività e i servizi capaci di generare sviluppo, occupazione e qualità della vita. L’obiettivo è creare le condizioni affinché restare in un piccolo comune o in un’area periferica non significhi rinunciare a opportunità di lavoro, servizi essenziali, istruzione e prospettive per il futuro.
Promuove opportunità
Da qui l’idea del “Right to stay”, una strategia pensata per affermare il diritto dei cittadini europei, e in particolare dei giovani, a poter scegliere di rimanere nel luogo in cui sono nati. Non un vincolo alla mobilità, ma la possibilità concreta di non essere costretti a partire per mancanza di opportunità. Il rilancio delle aree interne si inserisce, secondo Fitto, anche in una riflessione più ampia sul futuro dell’Europa e sulla sua capacità di costruire una maggiore autonomia strategica. «Siamo in una fase molto importante a livello europeo: dobbiamo disegnare una nostra autonomia strategica che coinvolga anche le aree interne», ha affermato.
Le scelte non giuste del passato
Un passaggio che chiama in causa anche le scelte compiute negli anni passati. “Se oggi abbiamo priorità che diventano emergenze è perché magari per decenni non si sono fatte le scelte giuste su obiettivi che, in questo contesto, sono fondamentali. Per rivedere le politiche ci vuole un po’ di coraggio”.
Introdurre semplificazione e flessibilità
Il ragionamento si estende inevitabilmente anche al futuro bilancio europeo e alla riforma delle politiche di coesione. Fitto ha riconosciuto come il dibattito sia particolarmente acceso, perché riguarda “elementi consolidati”, ma ha ribadito la necessità di introdurre due principi: semplificazione e flessibilità. “Finora si è ragionato su programmi pluriennali statici, mentre oggi non è più possibile”, ha spiegato.
Le priorità, infatti, possono cambiare rapidamente e le politiche europee devono essere in grado di adattarsi ai nuovi scenari, evitando che la rigidità dei programmi rallenti la capacità di risposta. Anche sul fronte della semplificazione, la direzione indicata è quella di superare la frammentazione. “Non più centinaia di programmi sovrapposti, ma una visione unica, nella quale le risorse siano finalizzate agli obiettivi strategici di cui parliamo”.
Sul solco del Pnrr
In questa prospettiva, Fitto ha richiamato anche l’esperienza del Pnrr, che “in parte è andato in questa direzione”, e il processo di modernizzazione della politica di coesione europea.





