L’Iran avverte i Paesi che decideranno di affiancare gli Stati Uniti nella nuova offensiva economica contro Teheran: la loro “complicità” avrà “conseguenze”. La risposta iraniana arriva mentre Washington prepara quella che il segretario al Tesoro Scott Bessent definisce il “D-Day economico”, una campagna destinata a recidere i legami commerciali e finanziari della Repubblica islamica con il resto del mondo.
“Gli avvertimenti necessari sono stati certamente dati, perché qualsiasi complicità con l’America nell’attuazione delle sue azioni aggressive contro l’Iran avrà sicuramente le proprie conseguenze”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei durante il briefing settimanale con la stampa.
Bessent: “Chi sta con Teheran sarà un paria”
Il messaggio è rivolto soprattutto ai governi chiamati da Washington a scegliere tra il mantenimento dei rapporti con Teheran e l’accesso al sistema economico occidentale. Bessent, intervistato dal Financial Times, ha parlato della “più grande offensiva finanziaria mai scatenata contro un avversario” e ha avvertito che chi sceglierà di “legare il proprio destino a quello di Teheran” rischierà di trasformarsi in “un paria a livello globale”.
Il segretario al Tesoro ha promesso invece vantaggi economici ai Paesi che interromperanno i legami finanziari e commerciali con l’Iran: maggiore accesso ai capitali internazionali e migliori relazioni con Washington. L’obiettivo americano, ha spiegato, è “recidere ogni ancora di linfa economica che sostiene il regime” fino al suo completo isolamento.
Pezeshkian ammette le difficoltà: “Non siamo il Venezuela”
A riconoscere la gravità della situazione interna è stato lo stesso presidente iraniano Masoud Pezeshkian. In un intervento alla televisione di Stato ha ammesso che il Paese attraversa una fase difficile, respingendo però l’idea di un imminente collasso. “L’Iran è in difficoltà, ma non stiamo crollando come il Venezuela”, ha affermato, sostenendo che “il mondo intero è rimasto sbalordito dalla nostra resistenza”.
Hormuz resta sotto pressione
Resta intanto altissima la tensione nello Stretto di Hormuz, che Teheran continua a mantenere sottoposto a forti restrizioni. Secondo i dati di Kpler, nel fine settimana meno di venti navi mercantili hanno attraversato il passaggio strategico: tredici sabato e appena quattro domenica, anche se il dato potrebbe essere incompleto perché alcune imbarcazioni avrebbero spento i transponder.
L’Autorità iraniana dello Stretto del Golfo Persico ha inoltre annunciato multe, sequestri o confische per le navi accusate di violare le disposizioni iraniane sul transito. Restrizioni potranno essere applicate anche alle imbarcazioni che collaborano con quelle inserite nella lista dei trasgressori.
Vittime a Gaza e in Cisgiordania
La stretta economica americana e il braccio di ferro su Hormuz si inseriscono in un quadro regionale ancora esplosivo. A Gaza gli attacchi israeliani hanno provocato nuove vittime, tra cui un bambino, mentre in Cisgiordania è stato ucciso un ragazzo di 14 anni. L’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha intanto chiesto a Israele di fermare il progetto di espansione dell’insediamento E1, ribadendo che gli insediamenti nei territori occupati sono “illegali secondo il diritto internazionale”.






Tutto l’Occidente e il resto del mondo potrebbe dire apertamente la stessa cosa all’Iran ovvero rinunci agli armamenti nucleari e lasci libero il transito nello stretto di Hormuz e se diventasse anche uno Stato libero e Democratico sarebbe il primo a guadagnarci.