L’economia globale sta entrando in una fase nella quale crisi geopolitiche, energetiche, finanziarie e logistiche non agiscono più separatamente, ma tendono a rafforzarsi reciprocamente. Il rischio non è necessariamente quello di un’immediata iperinflazione nel senso tecnico del termine, ma quello di una inflazione strutturale e persistente, alimentata dalla progressiva frammentazione del sistema economico internazionale.
Il primo elemento di questa dinamica è l’energia. A parte la crisi energetica dovuta alle due guerre, bisogna considerare che il gas naturale non rappresenta soltanto una fonte energetica: è una componente essenziale della produzione dei fertilizzanti azotati. Quando il costo dell’energia aumenta, aumenta quindi anche il costo dell’agricoltura. Se contemporaneamente guerre e crisi geopolitiche interrompono le rotte dei cereali e delle materie prime, lo shock passa dall’energia all’alimentazione. L’inflazione diventa così una conseguenza della scarsità fisica, non soltanto dell’eccesso di domanda.
A questo si aggiunge la trasformazione delle rotte commerciali. La crisi del Mar Rosso e l’insicurezza di Bab el-Mandeb hanno costretto una parte significativa della navigazione commerciale a circumnavigare l’Africa. Più giorni di navigazione significano maggiori consumi di carburante, assicurazioni più costose, noli più elevati e tempi di consegna più lunghi. È un incremento dei costi che attraversa l’intera catena produttiva e finisce inevitabilmente nei prezzi finali.
Per l’Italia il problema è particolarmente delicato. La sua posizione geografica, che in passato rappresentava un enorme vantaggio logistico nei traffici tra Asia ed Europa attraverso Suez, rischia di diventare meno favorevole quando le navi provenienti dall’Asia scelgono rotte atlantiche o approdi occidentali. La crescita della centralità di grandi hub come Barcellona e Algeciras può quindi tradursi in una perdita di competitività per una parte della portualità mediterranea. È vero anche che lo svantaggio è dovuto alle contingenze, ma è anche vero che sono anni in cui l’ area presenta fattori di rischio dovute a conflitti e instabilità.
Ma il fenomeno più profondo riguarda la finanza internazionale. La progressiva weaponization del dollaro, attraverso sanzioni, congelamento delle riserve e restrizioni all’accesso ai circuiti finanziari occidentali (strumenti usati negli ultimi decenni con una certa bulimia, soprattutto le sanzioni ) , ha prodotto un effetto paradossale: ha incentivato molti Stati a ridurre la propria esposizione al sistema monetario dominato dagli Stati Uniti.
Non significa che il dollaro stia per scomparire. Al contrario, continua a essere la principale valuta di riserva e il principale rifugio nei momenti di crisi. Il problema è un altro: il sistema sta diventando più frammentato. Cina, Russia, India e altri Paesi stanno aumentando l’utilizzo delle proprie valute negli scambi bilaterali e sviluppando infrastrutture finanziarie alternative. La conseguenza non è ancora la fine del dollaro, ma la progressiva erosione della sua esclusività.
Ed è proprio qui che la crisi energetica può trasformarsi in una crisi sistemica. Se una parte crescente del commercio energetico viene regolata fuori dal circuito del dollaro, mentre contemporaneamente aumentano i costi di trasporto, assicurazione e approvvigionamento, l’economia mondiale perde una parte dei meccanismi che per decenni hanno garantito efficienza e prevedibilità.
Gli Stati Uniti dispongono tuttavia di una protezione che manca all’Europa: produzione energetica interna, profondità dei mercati finanziari, centralità del dollaro e una maggiore capacità di attrarre capitali nei momenti di crisi. L’Europa, al contrario, combina elevati costi energetici, dipendenza dalle importazioni, vulnerabilità industriale e maggiore esposizione alle perturbazioni delle rotte commerciali.
Il rischio, dunque, non è semplicemente una nuova fiammata inflazionistica. È la formazione di un ciclo cumulativo: energia più costosa, fertilizzanti più costosi, alimenti più costosi, trasporti più costosi, produzione industriale più costosa e, infine, maggiore pressione sui salari e sui bilanci pubblici.
Quando questi fenomeni si sovrappongono, l’inflazione smette di essere un episodio congiunturale e diventa una caratteristica del nuovo ordine economico.
La vera incognita dei prossimi anni sarà quindi capire se il sistema internazionale riuscirà a ricostruire livelli sufficienti di cooperazione oppure se la frammentazione geopolitica finirà per produrre una crisi sistemica dei costi, nella quale ogni shock genera il successivo. In questo scenario, l’iperinflazione potrebbe non essere il punto di partenza, ma l’estrema manifestazione di un processo molto più lungo: la progressiva perdita di efficienza dell’economia globale.





