Giorgia Meloni ha diviso la giornata di ieri tra Taranto, dove in serata ha partecipato all’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo, e due fronti politici destinati ad accompagnare la ripresa dopo l’estate: il rapporto con Donald Trump e lo scontro con Elly Schlein sui migranti. Al ʼNew York Timesʼ il Presidente del Consiglio ha ammesso che le relazioni con il leader americano non hanno seguito il percorso immaginato all’inizio, mentre sui social ha replicato alla Segretaria del Pd, che aveva parlato di un “boomerang” per il Governo. Sullo sfondo resta la convinzione che l’Italia debba difendere il proprio ruolo sia nei rapporti con Washington sia dentro l’Europa.
La distanza da Trump
“È evidente che con Donald Trump pensavo che le cose sarebbero state più facili, date le nostre convergenze su immigrazione e cultura woke. Le cose sono andate diversamente”. Meloni ha affidato al quotidiano statunitense una valutazione che segna una distanza rispetto alle aspettative iniziali. I due non si sentono da diverse settimane e neppure un colloquio dopo la pausa estiva appare scontato. “Beh, vedremo”, ha risposto il Premier alla domanda su un possibile nuovo contatto. Resta invece fermo, nelle sue parole, il valore dell’unità occidentale: “Continuo a ritenere che l’unità dell’Occidente sia fondamentale”.
Il Primo Ministro ha separato i rapporti personali dalle scelte di politica estera. La strategia italiana, ha precisato, non dipende dalle relazioni con i singoli leader. Da qui la rivendicazione di un Paese che non accetti una posizione subordinata: “Non mi piace l’idea di un’Italia sottomessa, un’Italia che si considera inferiore alle altre”.
La “rivoluzione dell’orgoglio”
Il rapporto con Washington diventa così parte di un discorso più ampio sull’identità nazionale. Meloni ha indicato come obiettivo “la più grande rivoluzione possibile per questa nazione: una rivoluzione dell’orgoglio” e ha ricondotto la propria ascesa politica alla scelta di occupare posizioni controcorrente: “Credo che ciò che mi ha portata fin qui sia stato il coraggio di stare dalla parte scomoda della storia”. Nell’intervista ha trovato spazio anche la questione del linguaggio di genere. Il Premier ha difeso la scelta di farsi chiamare “il presidente” e ha criticato alcune battaglie femministe, comprese quelle sulle quote. Per Meloni il punto dell’uguaglianza risiede nella possibilità per una donna di arrivare alla guida del Governo, non nella declinazione femminile della carica.
Il duello con Schlein
Nelle stesse ore si è riacceso lo scontro interno sull’immigrazione. Elly Schlein aveva parlato di un “boomerang” e di un fallimento dell’esecutivo. La replica di Meloni è arrivata su Facebook: “Prima di fare propaganda sarebbe utile conoscere la differenza tra le questioni di cui si parla”. Il nodo riguarda la distinzione tra Schengen e il Patto europeo su Migrazione e Asilo. Per il Premier si tratta di “due cose completamente diverse” e proprio le nuove regole europee rappresentano, nella sua lettura, una svolta favorevole all’Italia per la gestione dei cosiddetti “Dublinanti”.
Meloni ha sostenuto che il nuovo quadro tuteli maggiormente gli Stati di primo ingresso nelle richieste di asilo e ha richiamato il principio di Paese Terzo sicuro, sul quale Roma ha insistito per rendere più rapidi i rimpatri.
Le 80mila richieste
Nel confronto con la leader dem il Presidente del Consiglio ha messo sul tavolo anche un numero: dal 2023 l’Italia ha respinto circa 80mila richieste di presa in carico provenienti da altri Stati membri. Nella partita rientrano anche i Paesi Bassi, che rimandano verso l’Italia migranti soggetti alle regole di Dublino.La linea indicata da Palazzo Chigi non punta soltanto alla redistribuzione all’interno dell’Unione. Meloni ha fissato come priorità il contrasto all’immigrazione irregolare attraverso il controllo delle frontiere esterne, gli accordi con i Paesi di origine e transito, l’azione contro i trafficanti e una maggiore efficacia dei rimpatri.





