L’Ungheria ha annunciato la chiusura totale della centrale nucleare di Paks, la sua unica struttura atomica, dopo che i livelli del Danubio sono scesi ai minimi storici, impedendo alle pompe di aspirare l’acqua necessaria al raffreddamento dei reattori. È la prima volta in 44 anni che l’impianto viene spento completamente: Paks fornisce quasi metà dell’elettricità nazionale. Il primo ministro Peter Magyar ha spiegato che la produzione era già crollata a 965 megawatt venerdì e a 240 durante la notte, contro i consueti 2.000. Il livello del fiume a Paks, pari a –134 cm, ha imposto la chiusura del canale di raffreddamento, e le previsioni indicano un ulteriore calo fino a 144 cm, ben sotto il precedente record di 98 cm del 2018.
Il Danubio, che attraversa l’Europa dalla Germania al Mar Nero, è solo uno dei grandi fiumi colpiti da mesi di caldo estremo e siccità. L’Ungheria ha già imposto restrizioni idriche in oltre 100 città e villaggi e ha chiesto alle aziende ad alto consumo di acqua di ridurre volontariamente le attività per evitare un collasso del sistema. La chiusura di Paks avrà conseguenze pesanti: il Paese, già segnato da anni di crescita stagnante, dovrà affrontare disagi nei trasporti fluviali, nel turismo, nell’agricoltura e nell’industria.
Il primo ministro slovacco Robert Fico ha dichiarato che Bratislava sta “monitorando attentamente la situazione energetica” ed è pronta a fornire assistenza. L’Europa vive una serie di ondate di calore consecutive da maggio, culminate nella più intensa mai registrata a giugno. Gli scienziati del gruppo World Weather Attribution indicano il cambiamento climatico causato dall’uomo come principale responsabile delle temperature record e dei livelli critici dei fiumi. La chiusura di Paks non è solo un’emergenza energetica: è il segnale di un continente che vede le sue infrastrutture fondamentali piegate da un clima sempre più estremo.





