La memoria delle stragi, l’impegno dello Stato contro Cosa nostra e la risposta all’escalation criminale che ha colpito alcuni quartieri della città. Giorgia Meloni ha legato questi tre temi nella visita a Palermo di ieri, iniziata con l’omaggio alla stele di Capaci e proseguita in Prefettura e al ‘Museo del Presente – Falcone e Borsellino’, dove è stata svelata la Fiat Croma sulla quale, il 23 maggio 1992, viaggiavano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e l’autista Giuseppe Costanza, poi sopravvissuto alla strage nella quale morirono anche gli uomini della scorta della Polizia di Stato, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.

Meloni ha ammesso la difficoltà di prendere la parola dopo lo svelamento dell’auto: “L’emozione è penetrante, tagliente. Ti mette di fronte alla storia con la S maiuscola, fatta di carne e sangue, capace di cambiare il corso degli eventi e, nel mio caso, la traiettoria della vita e delle scelte”.
Davanti all’auto, trasferita dalla scuola di formazione della polizia penitenziaria di Roma e affidata temporaneamente alla Fondazione Falcone, il Presidente del Consiglio ha richiamato il valore civile di quella testimonianza: “Il testimone di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non è caduto, è saldo nelle mani delle istituzioni, rappresenta un giuramento quotidiano e va onorato con i fatti”.
Un impegno che, secondo il Premier, richiede la difesa della legislazione antimafia, il mantenimento del 41 bis quando sussistono le condizioni, la tutela dei testimoni, la cattura dei latitanti, la restituzione alla collettività dei beni confiscati e la ricerca della verità sulle pagine ancora oscure della stagione stragista.

Meloni ha citato anche le più recenti indagini di Caltanissetta: “Chi ha tramato nell’ombra è stato sconfitto. Oggi è l’eredità di Falcone e Borsellino a gridare e a squarciare quel velo di omertà e ipocrisia che per troppo tempo ha accompagnato la loro storia” A pochi giorni dall’anniversario della strage di via D’Amelio, il capo del Governo ha ricordato la solitudine vissuta dai due magistrati, “talvolta persino da parte di chi avrebbe dovuto aiutarli e sostenerli”.
“Persone normali”
Il passaggio davanti alla Croma ha riportato il discorso alla dimensione privata delle vittime. Falcone e Morvillo, ha osservato Meloni, erano “persone normali” che quel pomeriggio tornavano a casa e condividevano abitudini comuni, pur nella consapevolezza del pericolo: “Gli eroi non sono persone dotate di poteri straordinari. Sono persone che, nel momento della scelta, hanno saputo da che parte stare”. Da qui il richiamo alle azioni quotidiane, capaci di segnare il confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Il Primo Ministro ha poi ricostruito l’effetto prodotto dalla strage di Capaci sulla società italiana. Cosa nostra, nelle sue parole, voleva infliggere a Falcone una punizione esemplare e lanciare un messaggio contro chiunque osasse sfidarla.

Il calcolo fallì. Il dolore suscitò una reazione collettiva e aprì una fase nuova, nella quale il contrasto alla mafia divenne una responsabilità condivisa, non più soltanto un compito affidato a magistrati e forze dell’ordine: “Trentaquattro anni fa l’Italia fu costretta a fare i conti con un male che molti avevano finto di non vedere. Da quel momento nessuno ha più potuto accampare scuse”.
Prima della cerimonia, Meloni aveva presieduto in Prefettura una riunione straordinaria del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, insieme ai Ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio. Al centro del confronto, gli episodi registrati nella periferia nord-occidentale di Palermo e nei comuni della fascia costiera, da Isola delle Femmine a Capaci e Carini: raffiche di kalashnikov, intimidazioni contro commercianti e imprenditori, incendi appiccati con taniche di benzina.
“Stato determinato”
“Chi pensa di riportare Palermo indietro troverà uno Stato determinato, che reagisce e colpisce”, ha avvertito il Presidente del Consiglio. Il riferimento ha riguardato anche il fermo di 24 persone ritenute coinvolte nell’escalation degli ultimi mesi.
Il Premier ha ringraziato il Procuratore Maurizio De Lucia, i magistrati, gli investigatori e le forze di polizia, oltre al Prefetto Massimo Mariani, che ha disposto le zone rosse a Sferracavallo e allo Zen. Sul piano operativo Meloni ha indicato l’obiettivo di un presidio fisso nei quartieri più esposti, a partire dallo Zen, con l’impiego delle forze di polizia e, se necessario, il coinvolgimento dell’Esercito in operazioni congiunte. Palazzo Chigi valuta anche un intervento sulle norme che regolano ‘Strade Sicure’, così da rafforzare il controllo del territorio.

I numeri illustrati durante il Comitato descrivono l’attività svolta dal 2023: 118 operazioni ad alto impatto, oltre 3 mila unità impiegate e più di 14 mila persone sottoposte a controllo. Le zone rosse hanno interessato circa 45 mila individui, tra i quali quasi 3.500 stranieri, con provvedimenti di allontanamento per i soggetti considerati pericolosi e con precedenti di polizia.
Negli ultimi quattro anni, inoltre, gli immobili confiscati alla mafia e trasferiti agli enti locali nella città metropolitana sono aumentati di quasi il 60 per cento. Si tratta di 128 beni, destinati in larga parte all’emergenza abitativa: “La ricchezza strappata alle mafie torna nella disponibilità della collettività”, ha concluso Meloni.





