La Corte Suprema degli Stati Uniti ha imposto un freno a una delle tecniche investigative più controverse dell’era digitale: i geofence warrant, mandati che permettono alla polizia di accedere ai giganteschi database delle big tech per identificare chi si trovava nei pressi di un crimine. Con una decisione 6-3, la Corte ha rimandato il caso ai giudici inferiori, chiedendo di stabilire se la ricerca fosse “ragionevole” ai sensi del Quarto Emendamento.
La giudice Elena Kagan, autrice dell’opinione di maggioranza, ha sottolineato che la Costituzione deve continuare a proteggere i cittadini da intrusioni ingiustificate, anche quando la tecnologia offre strumenti investigativi senza precedenti.
Una posizione che riflette la crescente preoccupazione per la sorveglianza di massa resa possibile dai dati di localizzazione raccolti da smartphone e app. Durissimo il dissenso del giudice Samuel Alito, che ha definito la decisione una “irresponsabile escapade”, accusando la maggioranza di voler apparire come paladina della privacy digitale.
Lo scontro interno alla Corte evidenzia quanto la questione sia divisiva. Il caso nasce da una rapina a Richmond, Virginia. Dopo due mesi di indagini senza risultati, la polizia ha chiesto a Google i dati di localizzazione degli utenti presenti nell’area della banca nell’ora precedente e successiva al colpo. La prima ricerca ha individuato 19 persone, ma Google ha ridotto la lista a tre nomi. Uno di questi, Okello Chatrie, è stato trovato con una pistola compatibile con quella ripresa dalle telecamere e quasi 100.000 dollari in contanti. Ha confessato.
Gli avvocati di Chatrie sostengono che i geofence warrant violano il Quarto Emendamento perché permettono di “cercare prima e sospettare dopo”, coinvolgendo milioni di utenti innocenti. Il governo ribatte che chi condivide volontariamente i propri dati con aziende private rinuncia a una parte delle tutele costituzionali.





