Dopo giorni di escalation militare nel Golfo, Washington e Teheran hanno concordato una sospensione degli attacchi reciproci e un nuovo incontro tecnico domani a Doha, in Qatar, per tentare di salvare la fragile tregua messa sotto pressione dagli scontri degli ultimi giorni intorno allo Stretto di Hormuz.
L’intesa, ancora parziale, arriva dopo una sequenza di attacchi e rappresaglie che ha coinvolto anche Bahrein e Kuwait. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito “positivo” l’annuncio dello stop agli attacchi, perché “vuol dire che il dialogo continua a procedere”, ma ha condannato le operazioni iraniane contro i due Paesi del Golfo: “Non si capisce perché l’Iran abbia attaccato il Bahrain e il Kuwait. Sono Paesi che non hanno nulla a che vedere con il rapporto Stati Uniti-Iran”.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha cercato di presentare l’accordo con Washington come un primo risultato concreto. Secondo i media statali iraniani, ha annunciato che saranno sbloccati 6 miliardi di dollari di beni iraniani congelati in Qatar, metà dei 12 miliardi complessivi bloccati nel Paese. Pezeshkian ha anche ribadito che Teheran “non mira alla costruzione di armi nucleari” e che le attività atomiche iraniane resteranno “nel quadro delle politiche annunciate” dalla Repubblica islamica.
Hormuz e mercati
Resta però aperto il nodo dello Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il traffico energetico mondiale. A Mascate si è tenuta la prima riunione della commissione congiunta Iran-Oman sulla futura gestione dello Stretto. Il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha spiegato che il confronto riguarda “i diritti sovrani degli Stati costieri” e l’amministrazione del passaggio marittimo prevista dal memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti. Il testo impegna Teheran a garantire per 60 giorni il transito sicuro e gratuito delle navi commerciali, con la rimozione degli ostacoli tecnici e militari entro 30 giorni.
Sul mercato, intanto, il petrolio è tornato a salire. Il Wti ha guadagnato oltre l’1%, mentre alcune petroliere hanno continuato a caricare greggio nei terminali del Golfo. Secondo dati Lseg, diverse superpetroliere hanno spento i transponder dopo la partenza, una pratica usata per ridurre il rischio di attacchi nelle aree più esposte.
Il fronte libanese
Mentre Washington e Teheran cercano una pausa, la tensione resta alta in Libano. Il presidente del Parlamento Nabih Berri, storico alleato di Hezbollah, ha bocciato l’accordo quadro firmato venerdì a Washington tra Libano e Israele sotto mediazione americana. Secondo Berri, l’intesa “non sarà adottata né attuata” nella forma attuale perché non tutela sovranità e diritti del Libano e si basa su “diktat” unilaterali. Il testo prevede, tra gli altri punti, il ritiro israeliano da alcune aree e il disarmo dei gruppi armati non statali, a partire da Hezbollah.
Anche il movimento sciita filo-iraniano ha respinto l’accordo e ha accusato Israele di nuove violazioni del cessate il fuoco. In un comunicato, Hezbollah ha affermato di essersi attenuto alla tregua, ma ha rivendicato il diritto di “difendere il proprio territorio e il proprio popolo” da ulteriori attacchi. Le Forze di difesa israeliane hanno dichiarato nella notte di aver colpito tre quartier generali di Hezbollah nel sud del Libano, nelle aree di Nabatieh e Mayfadoun, sostenendo che i raid siano stati una risposta ai “continui attacchi” contro le truppe israeliane nella zona di sicurezza.
Tajani ha chiesto la cessazione dei combattimenti anche sul fronte libanese e ha indicato Teheran come attore decisivo: “Hezbollah ha responsabilità, ma è l’Iran che deve dire al suo proxy di chiudere con la guerra”. L’Italia, ha aggiunto, vuole mantenere “un ruolo importante” in Libano, dove è già presente con Unifil e con la formazione dell’esercito libanese.





