Per la prima volta dall’ascesa dei talebani nel 2021, una delegazione del movimento islamista ha partecipato a un incontro ufficiale con rappresentanti dell’Unione Europea a Bruxelles. Un appuntamento definito “storico” da Kabul, ma duramente criticato da attivisti e organizzazioni per i diritti umani, che temono un passo verso la normalizzazione del regime. Secondo il portavoce talebano Abdul Qahar Balkhi, il colloquio ha riguardato servizi consolari, questioni diplomatiche e la gestione dei rimpatri degli afghani presenti in Europa. Bruxelles, dal canto suo, ha parlato di un incontro “tecnico”, co-presieduto dalla Commissione e dalla Svezia, finalizzato a discutere procedure di riammissione per richiedenti asilo respinti o considerati pericolosi.
Nessuno dei 27 riconosce il governo talebano, ma diversi Stati membri spingono per accelerare le deportazioni, mentre l’Afghanistan resta uno dei principali Paesi d’origine dei richiedenti asilo in Europa. Per i talebani, invece, l’incontro rappresenta un’opportunità per ottenere una presenza consolare nell’UE e avviare un processo di “costruzione della fiducia”. Le reazioni sono state immediate. Human Rights Watch ha accusato l’UE di “minare la propria credibilità”, denunciando il rischio di rimandare persone in un Paese dove le libertà fondamentali sono state drasticamente ridotte.
Da quando hanno ripreso il potere, i talebani hanno imposto restrizioni severe ai diritti delle donne, vietato l’istruzione secondaria alle ragazze e rafforzato le leggi sulla moralità pubblica. Anche Malala Yousafzai, premio Nobel per la Pace, ha espresso indignazione, affermando di essere “profondamente scossa” dal dialogo in corso. Il vertice di Bruxelles non segna un riconoscimento formale, ma indica una realtà geopolitica complessa: l’UE, pur condannando le violazioni dei talebani, ha bisogno di interlocutori per gestire i flussi migratori.





