Un tribunale thailandese ha condannato a morte due uomini della minoranza uigura per l’attentato del 17 agosto 2015 al santuario di Erawan, nel cuore turistico di Bangkok: il peggior attacco terroristico nella storia del Paese. La bomba, esplosa all’ora di punta vicino a uno dei luoghi più visitati dai turisti cinesi, uccise 20 persone e ne ferì oltre 120, travolgendo fedeli, passanti e motociclisti fermi al semaforo.
La sentenza arriva al termine di un processo durato dieci anni, segnato da lacune investigative, ritardi e accuse di violazioni dei diritti umani. I due imputati, Bilal Mohammad e Yusufu Mierali, si sono sempre dichiarati innocenti. Entrambi hanno denunciato torture durante la detenzione militare e hanno ritirato le confessioni una volta giunti in tribunale.
La gestione dell’indagine sollevò dubbi fin dall’inizio. Preoccupato per l’impatto sull’industria turistica, il governo ordinò di ripulire rapidamente la scena dell’attentato: il santuario riaprì dopo appena due giorni, con il cratere già cementato. Molte telecamere della zona non funzionavano e l’unico video disponibile mostrava un uomo con capelli lunghi e occhiali che lasciava uno zaino sotto una panchina. Nel giro di due settimane furono arrestati i due uomini poi condannati: Bilal Mohammad, trovato in una casa con materiali per fabbricare esplosivi e un passaporto turco falso, e Yusufu Mierali, fermato in Cambogia e consegnato a Bangkok.
L’attentato fu subito collegato da osservatori internazionali alla decisione della Thailandia, un mese prima, di rimpatriare forzatamente 109 uiguri in Cina, provocando proteste in Turchia e altrove. Il governo militare rifiutò questa ipotesi, avanzando versioni alternative: oppositori della giunta, criminali comuni, trafficanti di esseri umani. La Commissione Internazionale dei Giuristi e altri gruppi per i diritti umani hanno criticato il processo, definendolo “pieno di violazioni” e chiedendo il rilascio degli imputati.





