La Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA) ha espresso “gravi preoccupazioni in materia di diritti umani” dopo una serie di presunti arresti e detenzioni di donne nella città occidentale di Herat, accusate di non aver rispettato le rigide norme sull’abbigliamento imposte dalle autorità talebane. In una nota diffusa domenica sera, l’ONU ha ricordato che “tutte le persone hanno diritto alla libertà di movimento e all’uguaglianza davanti alla legge”. Il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio ha respinto le accuse definendole “voci infondate”, ribadendo che l’hijab integrale è un “precetto divino” che il governo è “obbligato ad applicare”. Tuttavia, un osservatore per i diritti umani — che ha parlato in anonimato — ha confermato almeno 16 arresti tra venerdì e lunedì, inclusa una donna incinta, per presunte violazioni del codice di abbigliamento. Secondo diverse testimonianze, gli arresti sarebbero iniziati poche ore dopo che gli imam di Herat avevano letto, durante la preghiera del venerdì, un annuncio del Ministero che vietava alle donne di uscire senza hijab.
Le normative attuali impongono un velo che copra l’intero corpo lasciando scoperti solo gli occhi; molte donne utilizzano mascherine simili a quelle della pandemia per conformarsi alle regole. Da quando i talebani sono tornati al potere nel 2021, le restrizioni contro donne e ragazze si sono moltiplicate: divieto di studiare oltre la scuola primaria, esclusione dal lavoro in quasi tutti i settori, limitazioni agli spostamenti e un controllo sempre più rigido sull’abbigliamento. L’ONU aveva già denunciato arresti simili avvenuti lo scorso anno a Kabul. Le autorità talebane insistono nel negare qualsiasi abuso, ma le organizzazioni per i diritti umani parlano di un clima di crescente repressione. Mentre le autorità di fatto continuano a respingere le accuse, l’ONU chiede trasparenza e il rispetto dei diritti fondamentali.





