A poche settimane dall’inizio dei Mondiali di calcio 2026, il Messico si trova ad affrontare una crisi interna che rischia di avere ripercussioni globali. Migliaia di insegnanti appartenenti alla Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE) hanno minacciato di interrompere lo svolgimento delle partite se il governo non affronterà immediatamente la questione dei salari stagnanti e delle condizioni di lavoro considerate “insostenibili”.
Le proteste, iniziate nello stato di Oaxaca e rapidamente estese a Città del Messico, denunciano stipendi che non tengono il passo con l’inflazione e ritardi nei pagamenti in diverse regioni. I sindacati accusano il governo federale di aver ignorato per anni le richieste di riforma e di aver destinato risorse enormi all’organizzazione del torneo, lasciando il settore educativo in uno stato di abbandono.
Durante una manifestazione davanti al Ministero dell’Istruzione, i leader della CNTE hanno dichiarato che, senza un accordo immediato, sono pronti a bloccare trasporti, infrastrutture e accessi agli stadi, sfruttando la visibilità internazionale dell’evento. “Se il mondo deve guardare al Messico, allora vedrà anche la nostra lotta”, ha affermato uno dei portavoce.
Il governo del presidente Andrés Manuel López Obrador ha invitato alla calma, sostenendo che il dialogo è aperto e che sono già allo studio misure per migliorare le retribuzioni. Tuttavia, molti insegnanti ritengono insufficienti le promesse e chiedono un aumento salariale immediato, oltre a garanzie sulla stabilizzazione dei contratti precari.
La FIFA segue con attenzione la situazione, preoccupata per la sicurezza e la logistica delle partite previste in diverse città messicane. Gli analisti avvertono che un’escalation potrebbe danneggiare l’immagine del Paese proprio nel momento in cui si prepara ad accogliere centinaia di migliaia di tifosi. La minaccia di un boicottaggio dei Mondiali rappresenta il punto più alto di una tensione che dura da anni.





