La tensione tra Meta e il governo australiano è tornata a salire dopo che il colosso tecnologico ha accusato Canberra di aver violato l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, citando “misure commerciali” che, secondo l’azienda, penalizzerebbero le piattaforme digitali americane. Al centro della disputa c’è la legge australiana che obbliga i giganti del web a pagare gli editori locali per la condivisione di notizie sui social network.
Meta sostiene che la normativa, introdotta nel 2021 e ora in fase di revisione, rappresenti una restrizione ingiustificata al commercio e contrasti con gli impegni presi nell’ambito del Free Trade Agreement (FTA) tra Washington e Canberra. In una nota ufficiale, la società ha affermato che le nuove disposizioni “minano la parità di trattamento prevista dagli accordi internazionali” e ha fatto riferimento alle misure commerciali statunitensi che tutelano le imprese americane da pratiche discriminatorie.
Il governo australiano, dal canto suo, ha respinto le accuse, ribadendo che la legge mira a garantire un equo compenso ai media nazionali e a preservare la sostenibilità del giornalismo locale. Il ministro del Commercio ha dichiarato che “l’Australia non accetta pressioni esterne” e che le regole valgono per tutte le piattaforme, indipendentemente dalla loro sede.
Dietro la disputa si nasconde una questione più ampia: il bilanciamento tra libertà di mercato e sovranità digitale. Meta ha già minacciato di limitare la condivisione di contenuti giornalistici nel Paese, come aveva fatto temporaneamente nel 2021, mentre Washington osserva con attenzione, consapevole che il caso potrebbe diventare un precedente per altri partner commerciali.
Gli analisti ritengono che la controversia possa riaccendere il dibattito sul ruolo delle big tech nei mercati internazionali e sulla necessità di aggiornare gli accordi di libero scambio all’era digitale.





