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Da Marco Polo a Matteo Ricci fino ai rapporti contemporanei tra Cina e Santa Sede: otto secoli di incontri, dialoghi e tensioni tra Oriente e Occidente

Da Marco Polo a Matteo Ricci fino ai rapporti contemporanei tra Cina, religione e Chiesa cattolica

venerdì, 29 Maggio 2026
6 minuti di lettura

Il rapporto tra la Cina e la Chiesa cattolica è uno dei temi più complessi e interessanti del mondo contemporaneo, perché non riguarda soltanto la religione, ma il rapporto tra due visioni universali differenti: da un lato uno Stato-civiltà che attribuisce enorme importanza all’unità politica, alla stabilità sociale e al controllo dell’ordine interno; dall’altro una Chiesa che per sua natura si considera universale e sovranazionale. Per comprendere il presente, però, bisogna partire dalla storia lunga dei rapporti tra Cina e Occidente, che non nascono oggi e nemmeno nel Novecento, ma affondano le proprie radici nel Medioevo e si sviluppano attraverso figure simboliche come Marco Polo e Matteo Ricci. Essi rappresentano due modi molto diversi di entrare in contatto con la Cina: il primo attraverso l’osservazione e il racconto, il secondo attraverso l’immersione culturale e il dialogo dall’interno.

Marco Polo e il viaggio in Oriente alla scoperta della Cina

Nel XIII secolo Marco Polo compì uno dei viaggi più straordinari del Medioevo. Partito da Venezia insieme al padre e allo zio, attraversò l’Asia lungo le grandi vie commerciali fino a raggiungere la corte di Kublai Khan. Il suo racconto, raccolto nel libro “Il Milione”, introdusse per la prima volta in modo sistematico la Cina nell’immaginario europeo.

“Il Milione” non fu scritto direttamente di pugno da Marco Polo come un’autobiografia moderna. La tradizione più accreditata racconta che venne dettato durante la sua prigionia a Genova, dopo la battaglia navale tra Venezia e Genova del 1298. Marco Polo era stato catturato dai genovesi e rinchiuso in carcere. Lì incontrò Rustichello da Pisa (o Rusticiano da Pisa), uno scrittore e compilatore di romanzi cavallereschi. Fu lui il vero estensore materiale del testo. Il libro fu probabilmente composto nel carcere di Genova, attorno al 1298-1299 in una lingua mista franco-italiana, molto usata allora nella letteratura di intrattenimento e cavalleresca. Questo è importante perché spiega anche lo stile del libro che non è un semplice diario di viaggio, ma ha tratti da racconto medievale, quasi da “romanzo d’avventura”. Rustichello infatti aveva esperienza nella narrativa arturiana, e probabilmente contribuì a rendere il racconto più fluido e affascinante.

Un altro aspetto interessante è che non esiste un “testo originale” unico del “Milione”. Nei secoli circolarono moltissime copie e versioni diverse in franco-italiano, in latino, in veneziano, in toscano, e in altre lingue europee. Per questo gli studiosi ancora oggi confrontano manoscritti differenti per ricostruire la forma più vicina all’opera originaria. Il titolo “Milione” probabilmente deriva o dal soprannome della famiglia Polo (“Emilione” “Milione”), oppure dal fatto che Marco Polo parlava di immense ricchezze e numeri “a milioni”, tanto da sembrare esagerato ai contemporanei.

L’opera ebbe un’enorme influenza sull’immaginario europeo dell’Asia. Persino Cristoforo Colombo possedeva una copia annotata del “Milione” e la usò come riferimento nei suoi viaggi. Marco Polo descrisse città immense, sistemi amministrativi avanzati, commerci sviluppati, l’uso della carta moneta e un’organizzazione politica che appariva straordinaria agli occhi dell’Europa medievale. Tuttavia la sua rimase soprattutto una grande opera di osservazione. Marco Polo raccontò la Cina, la rese visibile e concreta per l’Occidente, ma non entrò realmente nei meccanismi culturali profondi della civiltà cinese. La sua fu la scoperta di un mondo esterno, ammirato e descritto, ma ancora non compreso pienamente dall’interno.

Il gesuita Matteo Ricci

Questo passaggio avviene invece con Matteo Ricci tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. Matteo Ricci (1552–1610) fu un gesuita, matematico, cartografo e grande mediatore culturale tra Europa e Cina. Nato a Macerata, entrò nella Compagnia di Gesù e partì per l’Asia nel contesto delle missioni cattoliche dell’età moderna. Dopo anni di studio del cinese e della cultura confuciana, riuscì a entrare stabilmente nell’Impero Ming, fino a stabilirsi a Pechino. La sua importanza storica non fu solo religiosa: Ricci cercò un vero dialogo culturale con la civiltà cinese. Diversamente da altri missionari dell’epoca, comprese che per essere ascoltato bisognava conoscere profondamente lingua, filosofia e tradizioni locali. Vestiva spesso come un letterato confuciano e intrattenne rapporti con funzionari e studiosi cinesi.

Tra le sue opere più celebri vi fu il grande planisfero conosciuto come Kunyu Wanguo Quantu, che introdusse ai cinesi una rappresentazione aggiornata del mondo secondo la geografia europea. Scrisse anche testi scientifici, religiosi e filosofici, contribuendo a diffondere in Cina conoscenze occidentali di astronomia, matematica e cartografia. Matteo Ricci rappresenta ancora oggi uno dei simboli più importanti dell’incontro tra Oriente e Occidente: non un semplice “portatore” della cultura europea, ma un interprete reciproco tra due civiltà. In questo senso, il suo approccio viene spesso contrapposto sia allo scontro culturale sia all’imposizione coloniale che caratterizzeranno epoche successive.

Ricci comprese molto rapidamente che la Cina non poteva essere affrontata come un semplice territorio di missione. Intuì che si trovava davanti a una civiltà antica, sofisticata e autosufficiente, dotata di una propria struttura filosofica e morale fondata sul confucianesimo. Per questo motivo scelse una strada completamente nuova studiando il cinese, vestendosi come un letterato confuciano, dialogando con gli intellettuali cinesi e cercando punti di incontro tra cristianesimo e cultura cinese. Il suo metodo non fu quello dello scontro o dell’imposizione, ma della traduzione culturale. Matteo Ricci tentò cioè di costruire un ponte tra due mondi senza annullare le differenze. La sua figura rimane ancora oggi straordinariamente moderna perché comprende il principio fondamentale che il dialogo tra civiltà richiede rispetto, conoscenza e prudenza. Non basta la superiorità tecnica o politica per comprendere un’altra civiltà; occorre entrare nei suoi codici culturali profondi. Ed è proprio questa questione della compatibilità tra universalismo religioso e specificità culturale che ritorna nel rapporto contemporaneo tra Cina e Vaticano.

Punto di vista cinese nei riguardi dell’Occidente

La Cina moderna porta ancora dentro di sé una memoria storica molto forte delle interferenze straniere subite nel XIX secolo, soprattutto dopo le Guerre dell’Oppio. Da quel momento il tema dell’unità nazionale, della sovranità e del controllo dell’ordine interno diventò centrale nella costruzione dello Stato cinese moderno. Per questa ragione la leadership cinese guarda con prudenza tutte le organizzazioni che possano avere legami esterni o influenze autonome rispetto allo Stato.

Come vengono considerate in Cina le religioni

In teoria, la Cina comunista nasce su basi marxiste e quindi formalmente atee. Tuttavia, nel corso degli ultimi decenni, l’approccio dello Stato verso le religioni è cambiato notevolmente. Oggi la Cina non cerca tanto di eliminare completamente il fenomeno religioso, quanto di controllarlo e integrarlo all’interno della società e della struttura statale. Le autorità cinesi riconoscono ufficialmente cinque religioni: buddhismo, taoismo, islam, protestantesimo, cattolicesimo. La religione più radicata culturalmente è il buddhismo, spesso intrecciato con tradizioni taoiste e pratiche popolari. Sono presenti anche consistenti comunità musulmane, soprattutto nello Xinjiang, oltre a una crescita significativa del cristianesimo nelle sue diverse forme.

I cattolici in Cina

I cattolici in Cina vengono generalmente stimati tra gli 8 e i 12 milioni, anche se è difficile avere dati completamente precisi. Per decenni è esistita una divisione tra una Chiesa cattolica “ufficiale”, controllata dallo Stato attraverso l’Associazione patriottica cattolica cinese, e una Chiesa “clandestina”, fedele direttamente alla Santa Sede. Proprio per cercare di superare questa frattura, nel 2018 il Vaticano e la Cina hanno raggiunto uno storico accordo sulla nomina di comune accordo tra Vaticano e Autorità politiche cinesi dei vescovi. L’accordo, riservato nei dettagli ma successivamente rinnovato, rappresenta uno dei tentativi diplomatici più importanti degli ultimi decenni nel rapporto tra Roma e Pechino. L’obiettivo del Vaticano è mantenere l’unità della Chiesa cattolica cinese e garantire una presenza ecclesiale stabile nel paese. L’obiettivo della Cina, invece, è fare in modo che il cattolicesimo si sviluppi all’interno di un quadro compatibile con la sovranità nazionale e con la stabilità politica dello Stato.

La Cina non rifiuta la religiosità del suo popolo purché sotto il controllo politico.

Qui emerge il nodo centrale della questione. La Cina non rifiuta necessariamente la religione in quanto tale. Anzi, le autorità cinesi hanno compreso che la religione può avere anche effetti sociali positivi come la coesione comunitaria, la disciplina morale, la stabilità sociale, la riduzione di fenomeni di disgregazione sociale. Tuttavia, la religione viene accettata soltanto se rimane compatibile con l’ordine statale e con la leadership politica del Partito comunista cinese. In altre parole, la Cina tende a favorire una religione “sinicizzata”, cioè adattata alla cultura e agli interessi nazionali cinesi. Questo approccio presenta vantaggi e limiti. Da una parte evita, secondo la visione cinese, il rischio di frammentazioni ideologiche o interferenze esterne, dall’altra pone inevitabilmente problemi di libertà religiosa e di autonomia delle comunità religiose, soprattutto quando esiste un’autorità spirituale esterna come nel caso del cattolicesimo.

Conclusione

Qui torna sorprendentemente attuale la lezione storica di Matteo Ricci. Il missionario gesuita aveva compreso che il rapporto con la Cina non poteva essere fondato sulla contrapposizione frontale, ma nemmeno sulla cancellazione delle differenze. Occorreva piuttosto costruire un dialogo paziente tra sistemi culturali profondamente diversi. Anche oggi, nel rapporto tra Vaticano e Cina, il problema resta sostanzialmente lo stesso: trovare un equilibrio possibile tra universalità della Chiesa cattolica e specificità storica, politica e culturale della civiltà cinese. Per questo Marco Polo e Matteo Ricci non sono soltanto figure storiche del passato. Essi rappresentano ancora due modi simbolici di guardare la Cina: da fuori, attraverso l’osservazione, oppure dall’interno, attraverso la comprensione e il dialogo culturale. In un mondo sempre più segnato da tensioni geopolitiche e conflitti culturali, questa lunga storia mostra che il rapporto tra civiltà diverse non può essere affrontato soltanto attraverso la logica dello scontro o dell’interesse economico. Richiede invece conoscenza reciproca, prudenza storica e la capacità di riconoscere che culture differenti possono dialogare senza necessariamente diventare identiche.

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