Il Parlamento ungherese ha approvato mercoledì una legge che conferma la permanenza del Paese nella Corte penale internazionale (CPI), ribaltando la decisione presa nel 2025 dal governo di Viktor Orbán. La scelta segna una delle prime e più simboliche inversioni di rotta dell’esecutivo guidato da Péter Magyar, il nuovo primo ministro che ha sconfitto Orbán alle elezioni parlamentari del mese scorso.
Il precedente governo aveva annunciato il ritiro dall’istituzione dell’Aia sostenendo che la Corte fosse diventata “politicizzata” e ostile agli interessi nazionali. Una mossa che aveva suscitato critiche diffuse in Europa e tra le organizzazioni per i diritti umani, preoccupate per l’ulteriore allontanamento di Budapest dagli standard democratici occidentali.
Magyar, al contrario, ha fatto della ricostruzione dei rapporti con le istituzioni internazionali uno dei pilastri del suo programma, impegnandosi fin dal primo giorno a fermare il processo di uscita dalla CPI. La nuova legge approvata dal Parlamento afferma esplicitamente la necessità di mantenere la partecipazione dell’Ungheria alla Corte, definendola uno strumento essenziale per la tutela del diritto internazionale e per la credibilità del Paese sulla scena globale.
Il voto rappresenta anche un segnale politico interno: la maggioranza che sostiene Magyar intende marcare una netta discontinuità rispetto all’era Orbán, soprattutto in materia di stato di diritto e cooperazione giudiziaria. La decisione è stata accolta con favore da Bruxelles, che da anni critica le derive illiberali del precedente governo.
Per gli osservatori, il passo compiuto da Budapest potrebbe facilitare il dialogo con l’Unione Europea su dossier rimasti bloccati, inclusi i fondi sospesi per violazioni dello stato di diritto. Resta ora da capire se la scelta segnerà l’inizio di un riallineamento più ampio della politica estera ungherese o se si tratterà di un gesto isolato.





