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Culle vuote, l’Italia rinuncia ai figli

Culle vuote, l’Italia rinuncia ai figli

Il Rapporto Istat: 6,6 milioni non realizzano il desiderio di genitorialità. Entro il 2050 oltre 5 milioni di lavoratori attivi in meno
venerdì, 22 Maggio 2026
2 minuti di lettura

L’Italia continua a perdere nascite, ma il punto non è più soltanto demografico. È economico, sociale, produttivo. Nel Rapporto annuale 2026 l’Istat descrive un Paese che invecchia rapidamente, restringe la propria base attiva e vede allargarsi la distanza tra il desiderio di avere figli e la possibilità concreta di costruire una famiglia.

Il dato che attraversa il documento presentato ieri dal Presidente Francesco Maria Chelli è quello di una transizione ormai strutturale: meno bambini, più anziani, famiglie sempre più piccole e una popolazione che regge soltanto grazie all’immigrazione. Sullo sfondo, la prospettiva che entro il 2050 possano mancare oltre 5 milioni di lavoratori attivi. Le nascite nel 2025 si fermano a 355mila, in calo del 3,9% rispetto all’anno precedente. Il numero medio di figli per donna scende a 1,14, il livello più basso mai registrato in Italia. Un dato che colloca il Paese tra quelli con la fecondità più bassa d’Europa e che ormai non può più essere spiegato soltanto con i cambiamenti culturali.

L’Istat mette nero su bianco un fenomeno che riguarda milioni di persone: 6,6 milioni rinunciano ad avere figli anche se li desiderano. Dietro quella rinuncia ci sono salari bassi, precarietà lavorativa, difficoltà abitative, instabilità economica e un sistema di welfare che continua a scaricare sulle famiglie gran parte del peso della cura.

La fotografia restituisce un Paese che continua lentamente a svuotarsi. In dieci anni la popolazione residente è diminuita di oltre un milione di persone, passando da 60,2 a 58,9 milioni. Il saldo naturale resta profondamente negativo: nel 2025 i decessi superano le nascite di 296 mila unità. A mantenere stabile la popolazione è soltanto il saldo migratorio positivo, anch’esso pari a 296 mila persone. Ma nemmeno questo basta a correggere gli squilibri territoriali: il Nord cresce, il Centro resta stabile, mentre Sud, Isole e Aree interne continuano a perdere abitanti.

Invecchiamento

L’invecchiamento procede a ritmo costante. L’età media della popolazione arriva a 47,1 anni. Gli over 65 rappresentano ormai il 25,1% dei residenti, mentre i giovani fino a 14 anni si fermano all’11,6%. Una trasformazione che cambia la struttura delle famiglie, modifica i consumi, ridefinisce il mercato del lavoro e aumenta la pressione sul sistema sanitario e previdenziale.

Le famiglie italiane, infatti, sono sempre più piccole e frammentate. Le coppie con figli, che trent’anni fa rappresentavano quasi la metà dei nuclei familiari, oggi sono scese al 28,4%. Crescono invece le famiglie unipersonali, che arrivano al 37,1% del totale. Quasi dieci milioni di italiani vivono da soli. E mentre si allungano le generazioni anziane, si restringono le reti familiari laterali: aumentano i figli unici, diminuiscono fratelli e parenti su cui distribuire il peso dell’assistenza.

Il Rapporto insiste proprio su questo punto: il declino demografico non riguarda soltanto il numero delle nascite, ma la tenuta complessiva del capitale sociale del Paese. Nel 2024 i figli unici rappresentano il 16,6% della popolazione adulta, contro l’11,7% del 2003. Significa reti più fragili, maggiore solitudine e un carico di cura sempre più concentrato su poche persone. Non a caso, tra chi assiste genitori anziani, soltanto il 21,2% dei figli unici può condividere questo compito con altri familiari.

Il lavoro

L’altra faccia della crisi demografica è il lavoro. L’occupazione continua a crescere, ma soprattutto grazie agli over 50, che rappresentano ormai circa il 42% degli occupati italiani. I giovani restano il punto debole del sistema: il tasso di occupazione tra i 15 e i 34 anni rimane molto sotto la media europea e il fenomeno dei Neet coinvolge ancora il 13,3% dei ragazzi tra 15 e 29 anni, con punte che superano il 20% nel Mezzogiorno. L’Istat individua nella partecipazione femminile al lavoro uno degli strumenti decisivi per contenere gli effetti della contrazione demografica. Ma anche qui il ritardo italiano resta evidente. Lavora il 53,8% delle donne contro il 71,2% degli uomini, mentre il peso del lavoro familiare continua a ricadere in larga parte sulle madri. Nel 2023 le donne dedicano al lavoro domestico e di cura 4 ore e 44 minuti al giorno, più del doppio rispetto agli uomini.

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