L’Italia entra nel 2026 con un’economia che tiene, ma senza il passo necessario per superare le sue debolezze strutturali. Il Rapporto annuale Istat, presentato a Roma dal Presidente Francesco Maria Chelli nell’anno del centenario dell’Istituto, descrive un Paese capace di resistere agli shock internazionali, ma ancora frenato da bassa produttività, inverno demografico, divari territoriali e disuguaglianze sociali.
Nel 2025 il Pil italiano è cresciuto dello 0,5%, in rallentamento rispetto al +0,8% del 2024. A sostenere l’attività economica sono stati soprattutto i consumi delle famiglie e la ripresa degli investimenti, mentre la domanda estera netta ha sottratto slancio alla crescita. Per il 2026 il quadro resta fragile: le tensioni in Medio Oriente hanno spinto il Brent oltre 120 dollari al barile ad aprile, riaccendendo l’inflazione e peggiorando la fiducia di consumatori e imprese.
Il mercato del lavoro conferma invece una dinamica positiva. Nel 2025 gli occupati sono aumentati dello 0,8% e il tasso di disoccupazione è sceso al 6,1%, fino al 5,2% a marzo 2026. Ma il miglioramento non cancella gli squilibri: il tasso di occupazione femminile resta fermo al 53,8%, contro il 71,2% degli uomini, mentre i giovani italiani continuano a lavorare meno dei coetanei europei.
Emergenza demografica
La vera emergenza resta demografica. In dieci anni la popolazione residente è diminuita di oltre un milione di persone, scendendo da 60,2 a 58,9 milioni. Le nascite nel 2025 sono state 355 mila, in calo del 3,9%, con il numero medio di figli per donna al minimo storico di 1,14. Gli over 65 rappresentano ormai il 25,1% della popolazione, mentre i giovani fino a 14 anni sono l’11,6%.
Il Rapporto segnala anche una trasformazione profonda delle famiglie: aumentano quelle composte da una sola persona, ormai il 37,1% del totale, mentre la coppia con figli scende al 28,4%. Le reti familiari diventano più strette e più anziane, con un peso crescente della cura sulle spalle di pochi.
Sul fronte sociale, quasi 11 milioni di persone risultano a rischio povertà e 5,7 milioni vivono in povertà assoluta. Il Mezzogiorno resta l’area più fragile, mentre il titolo di studio si conferma il principale fattore di protezione: la povertà assoluta colpisce il 15,1% delle persone con al massimo la licenza media e solo il 2,3% dei laureati.
Capitale umano
L’Istat evidenzia infine il ritardo del Paese sul capitale umano. La spesa pubblica per istruzione è pari al 4% del Pil, sotto la media europea del 4,8%. I laureati tra i 25 e i 34 anni sono il 31,6%, contro il 44,1% dell’Ue. Eppure l’istruzione resta decisiva: il tasso di occupazione sale all’85,3% tra chi ha un titolo terziario.
Il quadro ambientale mostra segnali più incoraggianti. Nel 2024 l’Italia ha ridotto consumi energetici ed emissioni a fronte di una crescita del Pil, mentre la produzione elettrica da fonti rinnovabili ha raggiunto il 49,6% del totale. Ma il cambiamento climatico pesa sempre di più sulle città, con 188 eventi alluvionali censiti tra il 2000 e il 2024 e ondate di calore in aumento.





