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Trump e Xi Jinping

Il Vertice Trump – Xi Jinping

lunedì, 18 Maggio 2026
2 minuti di lettura

Ci sono state molte aspettative sul vertice tra Trump e Xi Jinping. Sicuramente è un vertice che ha prodotto alcuni risultati commerciali, e neanche particolarmente rilevanti. Ma politicamente il vertice è stato all’insegna del vuoto. Nessun accordo sull’Iran; Trump, nella giornata di venerdì, ha dichiarato di non volere favori dalla Cina, e il comunicato cinese già giovedì parlava di un semplice scambio di opinioni. Tutto questo mentre pochi giorni fa il Washington Post riferiva di briefing secretati in cui la CIA segnalava forniture cinesi a Teheran attraverso Paesi terzi.

Fin dal primo giorno, Pechino ha posto la questione di Taiwan come condizione preliminare per una coesistenza stabile con Washington. La richiesta cinese di superare l’ambiguità strategica americana attraverso un’espressa condanna di ogni ipotesi di indipendenza è essa stessa un’operazione discorsiva: Pechino sa che Washington non abbandonerà quella dottrina, ma porre pubblicamente la questione serve a consolidare la narrativa interna e a testare i margini di negoziazione su altri dossier. La risposta di Trump — “solo io so cosa farò” — non è evasione: è il mantenimento attivo dell’ambiguità come risorsa strategica. I quindici miliardi in armamenti lasciati in sospeso confermano questa logica: una variabile tenuta deliberatamente aperta come leva su altri dossier.

Sul fronte dell’A.I., l’apertura di Washington a Nvidia per vendere i suoi processori H2O (i secondi per potenza) ha visto la Cina indifferente: Pechino non vuole che le sue aziende accedano all’opportunità. La parola d’ordine è autosufficienza tecnologica. Sul fronte dei materiali critici (quelli necessari per costruire missili, aerei, ecc.) la Cina non ha fatto alcun cenno a eventuali proroghe per le forniture agli Stati Uniti.

In questo quadro, il “vuoto” di risultati è esso stesso un risultato: nessuno dei due vuole legarsi le mani. Non si tratta quindi necessariamente di un fallimento negoziale, ma piuttosto di una scelta razionale da parte di entrambi gli attori. In termini di teoria dei giochi, entrambi i contendenti si trovano in una fase in cui la flessibilità vale più di qualsiasi concessione puntuale.

L’unico vero risultato simbolico lo ottiene Xi Jinping, che vede la Cina riconosciuta come membro alla pari degli USA, e per bocca di Trump, che definisce il vertice un G2. Tradotto: siamo noi i due grandi che governano il mondo. Una dichiarazione molto utile a Pechino sul piano interno.

Intanto, dall’altra parte del mondo, Draghi riceve il Premio Carlo Magno definendo l’Europa “sola”. Subito dopo, però, afferma che dobbiamo armarci per diventare partner preziosi per gli USA. Un controsenso? Affatto: il nemico strategico lo scelgono gli USA e l’Europa si adegua, al di là di narrazioni spesso distopiche rispetto alla realtà. Non è un caso che il supporto all’Ucraina in termini di intelligence e acquisizione di bersagli in profondità non sia mai cessato da parte americana. L’Europa appare protagonista, ma la regia resta americana.

Quanto all’Iran, la faccenda è più seria. In gioco c’è il ruolo di potenza egemone talassocratica degli USA, che si esercita attraverso il controllo degli stretti. Gli USA porteranno lo shock energetico al limite finché non costringeranno una parte del mondo a schierarsi con loro per riprendere il controllo di Hormuz. Ieri il presidente di Nomisma, durante un’intervista, ha ipotizzato che per l’Italia settembre potrebbe essere la deadline per misure straordinarie per contenere i consumi. Idem per il Giappone, e in India già accade. La pressione energetica non è un effetto collaterale: è parte della strategia. Non si tratta solo di “contenere l’Iran”, ma di riaffermare che senza gli USA il commercio via mare – e quindi anche il sistema energetico globale – diventa ingestibile.

La questione dell’uranio è altrettanto fondamentale per fermare Israele, che potrebbe scegliere un blitz di terra per la sua acquisizione coatta. Ma la verità è che, sul che fare con l’Iran, ad oggi nessuno ha un’idea precisa, neppure all’interno dell’amministrazione americana.

In questa gestione permanente del disordine, accanto a Russia, Cina e USA si scorge il ritorno alla potenza di Germania e Giappone che, oltre a riarmarsi, reclamano una propria capacità nucleare.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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