Stati Uniti e Israele stanno coordinando una “potenziale nuova ondata di attacchi mirati” contro l’Iran. Secondo la CNN, i piani erano già pronti prima del cessate il fuoco di inizio aprile e sono stati poi sospesi. L’ipotesi è una campagna militare limitata su obiettivi strategici, in particolare infrastrutture energetiche e figure chiave dell’apparato iraniano, con l’obiettivo di aumentare la pressione su Teheran e ottenere concessioni nei negoziati sul programma nucleare.
Il coordinamento tra Washington e Tel Aviv riguarda pianificazione operativa e condivisione di intelligence, in una fase di stallo diplomatico. Nel Golfo, intanto, la tensione cresce. Attacchi con droni e missili iraniani hanno colpito Emirati Arabi Uniti e Oman, dove sono entrate in azione le difese aeree, segnando un allargamento dello scontro oltre il territorio iraniano. Secondo indiscrezioni, il presidente Masoud Pezeshkian sarebbe “estremamente irritato” con i Pasdaran per operazioni considerate “irresponsabili”.
Navi Usa passano Hormuz
Secondo fonti del Pentagono, nelle ultime ore unità navali statunitensi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz per garantire la sicurezza del traffico commerciale. Washington mantiene il blocco navale e l’operazione “Project Freedom”, definita “difensiva e temporanea”, senza inviare truppe o aerei sul territorio iraniano.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che “l’Iran non ha il controllo dello Stretto di Hormuz” e ha parlato di una “corsia di passaggio sicura”, avvertendo che eventuali attacchi contro navi statunitensi o traffico commerciale riceverebbero “una risposta devastante”. Teheran contesta, rivendica il controllo dello Stretto e sostiene che il transito debba avvenire solo con autorizzazione e lungo rotte designate. In questo quadro, Donald Trump ha ribadito la linea di massima pressione: gli Stati Uniti stanno “portando l’Iran al fallimento” e la Repubblica islamica “non ha chance, non le ha mai avute”. Pur dicendo di non voler “uccidere persone fantastiche”, ha insistito sulla necessità di un accordo, sostenendo che Teheran “vuole fare un accordo” perché “non ha più nulla”.
La posizione iraniana
Teheran mantiene una linea opposta. Il capo della magistratura Gholamhossein Ejei ha avvertito che qualsiasi minaccia nello Stretto incontrerà “una dura risposta”. Fonti iraniane ribadiscono che il transito è consentito solo con autorizzazione e lungo rotte designate, declinando responsabilità per eventuali incidenti. Sul piano operativo, secondo il capo degli Stati maggiori congiunti Usa Dan Caine, l’Iran ha colpito le forze americane “più di dieci volte” dopo il cessate il fuoco, restando sotto la soglia di una escalation su larga scala. Episodi definiti “sotto soglia” ma indicativi di una pressione militare costante e di una tregua fragile.
Impatto economico
Il conflitto ha effetti rilevanti sui mercati. Il petrolio ha superato i 110 dollari al barile e il gas europeo è salito del 51% rispetto a fine febbraio. Negli Stati Uniti il prezzo della benzina è aumentato di circa il 50%. Secondo la Commissione europea, il petrolio è passato da circa 72 a oltre 110 dollari al barile dall’inizio della crisi, mentre il gas sulla piazza Ttf è salito da 32 a 48 euro per megawattora. Trump ha definito l’aumento “un piccolo prezzo da pagare” per fermare il programma nucleare iraniano: “È un prezzo davvero irrisorio”, prevedendo una normalizzazione a fine ostilità.
Diplomazia e ruolo della Cina
Proseguono i tentativi diplomatici. Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha confermato che “le consultazioni per porre fine alla guerra proseguono”, esprimendo fiducia in “progressi significativi”. Anche l’Egitto ha intensificato i contatti con Stati Uniti e Paesi del Golfo, avvertendo delle “gravissime ripercussioni” di una escalation. Un ruolo crescente è giocato dalla Cina. La visita del ministro iraniano Abbas Araghchi a Pechino, la prima dall’inizio degli attacchi, rientra negli sforzi di “de-escalation”. L’incontro con Wang Yi avviene a pochi giorni dalla prevista visita di Trump in Cina, in un contesto di intensa attività diplomatica parallela al confronto militare.
Nuovo attacco al Papa
Intanto si riaccende lo scontro tra Trump e Papa Leone XIV, accusato di “mettere in pericolo molti cattolici”, criticandone le posizioni sull’Iran. Dal Vaticano, il segretario di Stato Pietro Parolin ha ribadito che il Papa “predica la pace”, mentre Antonio Tajani ha definito gli attacchi “non condivisibili”. Resta confermato l’incontro del 7 maggio con Marco Rubio, segnale di un dialogo ancora aperto nonostante il deterioramento dei rapporti tra Casa Bianca e Santa Sede.





