Il Corpo d’armata russo per l’Africa ha confermato il ritiro delle proprie unità da Kidal, nel nord del Mali, dopo una serie di attentati che hanno colpito convogli militari e postazioni di sicurezza nelle ultime settimane. La decisione, annunciata attraverso un comunicato diffuso a Bamako, segna un punto di svolta nella presenza russa nel Paese, dove Mosca aveva rafforzato la cooperazione militare con la giunta maliana negli ultimi anni. Secondo fonti locali, gli attacchi — attribuiti a milizie jihadiste legate ad al‑Qaida e allo Stato Islamico nel Grande Sahara — hanno provocato decine di vittime e reso insostenibile la permanenza delle truppe straniere nella regione. Kidal, storicamente roccaforte dei ribelli tuareg e nodo strategico per il controllo del deserto, torna così a essere un territorio conteso e instabile. Il comando russo ha parlato di “riposizionamento tattico” e di “priorità alla sicurezza del personale”, ma gli osservatori interpretano la mossa come un segnale di difficoltà nel mantenere il controllo operativo in un’area dove l’esercito maliano fatica a consolidare le proprie linee.
Il governo di Bamako ha espresso “rammarico” per la decisione, assicurando che le forze nazionali continueranno le operazioni di contrasto ai gruppi armati. Il ritiro da Kidal potrebbe avere conseguenze più ampie sul fragile equilibrio regionale: la presenza russa era considerata un deterrente contro l’espansione jihadista verso il Niger e il Burkina Faso. Ora, con la zona nuovamente esposta, cresce il timore di una nuova ondata di violenza. Per il Mali, già provato da anni di guerra e da un isolamento diplomatico crescente, la perdita di un alleato operativo nel nord rappresenta un duro colpo. Kidal torna a essere il simbolo di una pace mai raggiunta e di un conflitto che continua a mutare volto, ma non intensità.





